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Siddharta il superuomo, tra filosofia e misticismo.

Nel solco delle opere dedicate alla relazione tra filosofia occidentale e filosofia orientale, possiamo annoverare il romanzo Siddharta di Herman Hesse, pubblicato per la prima volta nel 1922 e riscoperto a partire dal secondo dopoguerra, come testo di riferimento nell’ambito dei movimenti giovanili di critica alla cività occidentale.

Sappiamo che il primo autore occidentale ad aver importato i concetti dell’Induismo nella propria filosofia fu Arthur Schopenhauer, che ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) interpreta in maniera pessimistica la vita umana, come sospinta da una forza di volontà eteronoma rispetto all’uomo, il quale si dibatte tra le vicende del mondo sensibile distratto dal velo di Maya che gli impedisce di cogliere il senso autentico delle proprie azioni. Il discepolo di Shopenhauer, Friederich Nietzsche, si discosta dalla visione del maestro, dando un’impronta più individualistica alla propria filosofia, riconoscendo la libertà dell’uomo (che diviene addirittura superuomo o oltre-uomo in quest’ottica) come centrale al sistema, seppur nel contesto di una visione tragica della vita.

In questo contesto si può collocare Herman Hesse, nato nel 1877 a Calw in Germania, in ambiente familiare di religione pietista. Egli, a dispetto della sua educazione familiare, si dedicò ben presto all’ascetismo ed alle filosofie orientali, mantenendo sempre un forte interesse per filosofia di Shopenhauer e di Nietzsche. In realtà, Nietzsche aveva poco a che vedere con l’ascetismo, che anzi giudicò come vano rifiuto della vita (cfr. Che significano gli ideali ascetici? In Genealogia della morale (1887) ), ma Hesse, nonostante questo pregiudizievole contrasto con Nietzsche, ne utilizza a ben vedere i principi cardine, in maniera del tutto originale, per interpretare il significato della filosofia Buddhista nel romanzo Siddharta.

Il romanzo parla di un giovane, Siddharta (contemporaneo dell’altro Siddharta, il Buddha, che infatti incontrerà) che si allontana dalla propria famiglia, appartenente alla casta superiore dei Bramhani, per diventare un Samana, un pellegrino dedito alla meditazione ed iniziare così un percorso di autocoscienza che lo condurrà al Nirvana (in ciò si può scorgere anche un’intenzione autobiografica dell’autore). I principali punti di contatto con la filosofia di Nietzsche che si possono rintracciare nella lettura del testo riguardano la concezione della verità e il concetto di tempo.

Vediamo direttamente alcuni passi del romanzo: quando Siddharta, abbandonato il gruppo dei Samana con cui viveva per andare a conoscere il Buddha, finalmente lo incontra e riesce a parlarci, gli dice (pag. 63, 64 dell’ed. Adelphi):

… E – tale è il mio pensiero, o Sublime – nessuno perverrà mai alla liberazione attraverso una dottrina! A nessuno, o Venerabile, tu potrai mai, con parole, e attraverso una dottrina, comunicare ciò che avvenne in te nell’ora della tua illuminazione!

… Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un’altra e migliore dottrina, poiché lo so, che non ve n’è alcuna, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri e raggiungere da solo la mia meta o morire.

Il significato di queste parole, piuttosto chiaro, ha due implicazioni: primo, le parole non sono in grado di comunicare la verità, o l’essere, per usare un termine filosofico; secondo, ciascuno di noi ha una propria strada da seguire per raggiungere il Nirvana. Quindi il Nirvana, questa condizione di beatitudine che sancisce la fine della concupiscenza sul mondo e così anche del Sam – sara, cioè dell’avvicendarsi delle vite terrene attraverso la reincarnazione e che rappresenta il traguardo del Buddhismo, si discosta dall’idea hegeliana di spirito assoluto che ha caratterizzato il pensiero occidentale del XIX sec. fino a Nietzsche. In realtà anche per Hegel le singole coscienze hanno un percorso da fare che consiste inizialmente nell’acquisire autoconsapevolezza e poi mutuo riconoscimento nella comunione dello spirito che è cultura, scienza e religione, fino a raggiungere il massimo grado di unità nella filosofia che è conoscenza dello spirito assoluto in termini razionali, quindi conoscenza di dio. Il pensiero enunciato da Nietzsche ne La Gaia scienza (1882) della morte di dio non è altro che la metafora della fine dello spirito assoluto da cui consegue la relativizzazione dei valori. Quindi il Buddhismo di Hesse, se da una parte considera il concetto di unità come scopo, dato che nell’Induismo prima e nel Buddhismo poi, Bramhan, il dio sommo, rappresenta il mondo come unità, non riconosce validità assoluta ad alcuna dottrina, se non forse una certa utilità come pane per sfamare quegli uomini, la maggioranza in effetti, che non sono in grado di elevarsi al di sopra della loro condizione di uomini-bambini, come li chiama Siddharta, cioè di avere la coscienza del tutto (pag. 158):

Che cosa mancava loro, che cosa aveva più di loro il saggio, il filosofo, se non un’unica inezia, un’unica, piccola, meschinissima cosa: la coscienza, il pensiero consapevole dell’unità di tutta la vità?

Ma non risiede nel verbo la saggezza, dato che la parola non è in grado di cogliere l’essere, come per l’intera tradizione del misticismo, così si esprime infatti Siddharta  (pag. 173):

Le parole non rendono un buon servigio al significato segreto, tutto risulta sempre un po’ diverso quando lo si esprime a parole, un po’ falsato, un po’ folle…

La saggezza di Siddharta giunge in reatà ascoltando il fiume, così come spiega il compagno Vasudeva rispondendo alla sua domanda (pag. 135):

-Hai appreso anche tu dal fiume quel segreto, che il tempo non esiste?

Un chiaro sorrise si diffuse sul volto di Vasudeva:

-Sì Siddharta – rispose – ma è questo ciò che tu vuoi dire: che il fiume si trova ovunque in ogni istante, alle sorgenti ed alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e che per lui non vi è che presente, neanche l’ombra del passato, neanche l’ombra dell’avvenire?

-Sì questo – disse Siddharta – E quando l’ebbi appreso, allora considerai la mia vita, e vidi che è anch’essa un fiume, vidi che soltanto ombre, ma nulla di reale, separano il ragazzo Siddharta dall’uomo Siddharta e dal vecchio Siddharta. Anche le precedenti nascite di Siddharta non furono un passato, e la sua morte e il suo ritorno a Bramhan non sono un avvenire. Nulla fu, nulla sarà: tutto è, tutto ha realtà e presenza.

Annullare il tempo è la chiave per la salvezza: vivere il presente, che in sè contiene passato e futuro, come potenzialità. Ma piuttosto che eliminazione del tempo, non è forse questa una concezione circolare del tempo, propria degli antichi greci e che Nietzsche ci ripropone col pensiero dell’ eterno ritorno?

Scrive Nietzsche nel Così parlò Zarathustra (1891) – par. “Della redenzione”:

Tutto il “fu” è un frammento, un enigma, un atroce caso – finché la volontà creante non dice: “Ma così volevo!” – Finché la volontà creante non dice: Ma così voglio! Così vorrò!”

…Fu mai la volontà a se stessa redentrice e dispensatrice di gioia? Dimenticò lo spirito di vendetta e tutto il digrignar di denti?

E chi le insegnò la conciliazione col tempo e cose più alte di ogni conciliazione?

In questo punto Nietzsche offre un’interpretazione della sua concezione circolare del tempo, in cui tutto ritorna: l’uomo deve fare pace col proprio passato e con se stesso, così come deve accettare il proprio destino, facendo questo rende ogni attimo eterno perché ad ogni attimo si ripresenta il circolo della vita nelle varie manifestazioni. Ma questa intuizione non è forse quella di Siddharta che contempla il fiume? lo stesso Nietzsche disse di essere stato folgorato da questo pensiero durante le passeggiate in alta montagna a Sils-Maria sulle Alpi Engandine dove viveva, presentando questa idea come il frutto inaspettato di una ricerca interiore, allo stesso modo di Siddharta che è colpito da una vertigine mentre sta per gettarsi nel fiume e porre termine così alla propria vita e viene salvato da questa rivelazione che offre la risposta al suo continuo cercare.

Infine, la differenza tra le due impostazioni, quella mistica orientale da un lato e quella filosofica occidentale dall’altro, rimane prevalentemente nel fatto che, mentre la prima si serve della meditazione (intesa come comunione spirituale con il tutto, simboleggiata dalla pronuncia della sacra vocale Om) come strumento di conoscenza, la seconda si serve del logos da cui, come diceva Eraclito, scaturiscono tutte le cose e da cui lo stesso Hesse non ha saputo, o potuto, fare del tutto a meno.

 

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A fairy tale: The fox, the dog and the wolf

Once upon a time, in the wood close to the village, there was a fox, whose companion had been captured with a trap by hunters. One night, she decided to enter the village to look for the necessary food, for she had to make a living for herself and her puppies.

You have to know that it was summer, a very hot and dry summer and the wood was in famine. Otherwise the fox never and never would have decided to go into the village, since nobody there, neither the people nor the local animals, could bear her presence. In fact, she was used to hearing many terrible stories from older foxies, about people slaughtering foxies who dared to go there, with the complicity of cats and dogs, all of them jealous of their priviledge inside the village, that is all the cares that humans used to pay them, so they obliged humans, unwilling to loose those cares.

So, since her puppies were extremely hungry and she could not help searching food elsewhere, she tiptoed along the streets beside the houses looking for something to eat. After some minutes she was moving around, she saw a chicken coop in a courtyard and decided to steal one chicken.
There was a dog laying, the ward of the courtyard, since his master had trained him to do that in a very scrupolous way. He immediatly smelt the wild animal and then saw the fox crawling under the fence, while chickens were flapping loudly. He ran suddenly toward the fox, making her escape, but he tried to catch her to kill her and come back to his master proudly, bringing to him the dead fox. She immediatly perceived the great danger behind her and withouth thinking, let herself follow her wild strong instinct. She was running quite fast with the dog closer and closer to her, he was going to catch her, but running into the very darkness, she jumped unexpectedly to her left, whereas the dog kept running straight away, falling into the ravine.
The fox was safe, but she was not able to find any food and desperately came back to her puppies. When she arrived to them, saw the grey wolf, the king of the wood, was there among the puppies and surprisingly he had provided them so much food that they were sleeping satisfied. He told the fox that since this moment, he would help her untill the famine would be over in the wood, so she could sleep either, all the night long quietly.

Human life, the only thing worth investigating

…He had been always enthralled by the methods of natural science, but the ordinary subject-matter of that science had seemed to him trivial and of no import. And so he had begun by vivisecting himself, as he had ended by vivisecting others. Human life – that appeared to him the one thing worth investigating. Compared to it there was nothing else of any value. It was true that as one watched life in its curious crucible of pain and pleasure, one could not wear over one’s face a mask of glass, nor keep the sulphurous fumes from troubling the brain and making the immagination turbid with monstrous fancies and misshapen dreams. There were poisons so subtle that to know their properties one has to sicken of them. There were maladies so strange that one had to pass through them if one sought to understand their nature. And, yet, what a great reward one received! How wonderful the whole world became to one! To note the curious hard logic of passion, and the emotional coloured life of the intellect – to observe where they met, and where they separated, at what point they were in unison, and at what point they were at discord – there was a delight in that! What matter what the cost was? One could never pay too high a price for any sensation.

On Lord Henry Wotton,

The Picture of Dorian Gray

O. Wilde

Bad artists

The only artists I have ever known, who are personally delightful, are bad artists. Good artists exist simply in what they make, and consequently are perfectly uninteresting in what they are. A great poet, a really great poet, is the most unpoetical of all creatures. But inferior poets are absolutely fascinating. The worse their rhymes are, the more picturesque they look. The mere fact of having published a book of second-rate sonnets makes a man quite irresistible. He lives the poetry that he cannot write. The others write the poetry that they dare not realise.

Lord Henry Wotton to Dorian Gray

The Picture of Dorian Gray

O. Wilde

Self-development

-There is no such thing as good influence, Mr. Gray. All influence is immoral – immoral from the scientific point of view.-

-Why?-

-Because to influence a person is to give him one’s own soul. He does not think his natural thoughts, or burn with his natural passions. His virtues are not real to him. His sins, if there are such things as sins, are borrowed. He becomes an echo of some one else’s music, an actor of a part that has not been written for him. The aim of life is self-development. To realise one’s nature perfectly – that is what each of us is here for. People are afraid of themselves, nowadays. They have forgotten the highest of all duties, the duty that one owes to one’s self. Of course they are charitable. They feed the hungry, and clothe the beggar. But their own soul starve, and are naked. Courage has gone out of our race. Perhaps we never really had it. The terror of society, which is the basis of moral, the terror of God, which is the secret of religion – these are the two things that govern us. And yet (…) I believe that if one man were to live out his life fully and completely, were to give form to every feeling, expression to every thought, reality to every dream – I believe that the world would gain such a fresh impulse of joy that we should forget all the maladies of mediaevalism, and return to the Ellenic ideal – to something finer, richer, than the Hellenic ideal, it may be. But the bravest man amongst us is afraid of himself. The mutilation of the savage has its tragic survival in the self denial that mars our lives. we are punished for our refusals. Every impulse that we strive to strangle broods in the mind, and poisons us. The body sins once, and has done with its sins, for action is a mode of purification. Nothing remains then but the recollection of a pleasure, or the luxury of a regret. The only way to get rid of a temptation is to yeld to it. Resist it, and your soul grows sick with longing for the things it has forbidden to itself, with desire for what his monstrous laws have made monstrous and unlawful. It has been said that the great events of the world take place in the brain. It is in the brain, and the brain only, that the great sins of the world take place also. You, Mr. Gray, you yourself, with your rose-red youth and your rose-white boyhood, you have had passions that have made you afraid, thoughts that have filled you with terror, day-dreams and sleeping dreams whose mere memory might stain your cheek with shame.-

-Stop!- Faltered Dorian Gray – stop! You bewilder me…-

Lord Henry Wotton to Dorian Gray,

The Picture of Dorian Gray

O. Wilde

Eveline

The boat blew a long mournful whistle into the mist. If she went, tomorrow she would be on the sea with Frank, steaming towards Buenos Ayres. Their passage had been booked. Could she still draw back after all he had done for her? Her distress awoke a nausea in her body and she kept moving her lips in silent fervent prayer.

A bell clanged upon her heart. She felt him seize her hand:

-Come!

All the seas of the world tumbled about her heart. He was drawing her into them: he would drown her. She gripped with both hands at the iron railing.

-Come!

No! No! No! It was impossible. Her hands clutched the iron in frenzy. Amid the seas she sent a cry of anguish!

-Eveline! Evvy!

He rushed beyond the barrier and called to her to follow. He was shouted at to go on but he still called to her. She set her white face to him, passive, like a helpless animal. Her eyes gave him no sign of love or farewell or recognition.

James Joyce

Araby

I had never spoken to her , except for a few casual words, and yet her name was like a summons to hall my foolish blood.

James Joyce

Nastas’ja Filippovna, una madame Bovary russa

Il personaggio centrale del romanzo L’idiota (1868-69) di Fedor Dostoevskij è certamente il principe Myskin, anche se in realtà tutta la trama si sviluppa all’ombra dell’enorme personaggio femminile di Nastas’ja Filippovna, di cui il principe è innamorato.

Senza dubbio dobbiamo dire che questo amore è enigmatico, dal momento che Nastas’ija Filippovna stessa rappresenta un enigma nel romanzo, ciò che la rende assai affascinante. Terribile e triste allo stesso tempo, orgogliosa e beffarda, folle ma pervicace nel perseguire il proprio destino come se ne conoscesse da sempre la sorte maledetta. Ecco cosa il principe prova rimirandone il ritratto, prima ancora d’incontrarla:

Pareva che volesse risolvere l’enigma di quel viso, che già lo aveva colpito una prima volta. Quell’impressione gli si era fitta nell’anima, e perciò cercava ora di provarla di nuovo e di analizzarla. Quel viso, singolarissimo per bellezza e per qualcos’altro, lo colpì questa seconda volta ancora più forte. Portava impresso un orgoglio sconfinato insieme con un disprezzo che rasentava l’odio, e nel tempo stesso era semplice, fiducioso, quasi ingenuo: strano contrasto, che vi svegliava dentro un senso di pietà. Una bellezza abbagliante e quasi insopportabile: un viso pallido, emaciato, illuminato da due occhi che gettavano fiamme. Il principe lo fissò per un minuto, poi si riscosse, si guardò intorno, si accostò rapidamente il ritratto alle labbra e lo baciò.

Consideriamo che il principe Myskin è un personaggio semplice, bonario, ingenuo, non attaccato al denaro, estraneo alle convenzioni sociali. Nato in Russia, aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza in Svizzera sotto le cure di un medico e gentiluomo russo che si occupava della sua malattia, l’epilessia (di cui soffriva lo stesso Dostoevskij). Ritornato in Russia, da solo, si imbatte in varie persone che, a causa della sua stessa indole e della malattia di cui risentiva ancora, lo reputano talvolta “idiota”, talaltra molto intelligente, soprattutto per le sue considerazioni filosofiche che di tanto in tanto proferisce nel bel mezzo di un ricevimento, o in situazioni apparentemente banali, nelle quali nessuno si sarebbe entusiasmato tanto all’infuori di lui.

Naturalmente il principe, proprio per la sua condizione sociale e per un’eredità che aveva ricevuto e che faceva di lui un uomo nobile abbastanza ricco, era persona di tutto rispetto nella società russa del tempo. Stupisce pertanto, o meglio stupirebbe se non fosse egli “l’idiota”, della volontà di sposare Nastas’ja Filippovna, una mantenuta, che così era non per sua scelta ma per sorte e che per le convenzioni del tempo, dato che ella aveva prolungato questa sua condizione senza mai cercare di riscattarsi, poteva considerarsi (e così in realtà veniva reputata) “una baldracca”.

D’altro canto Nastas’ja Filippovna, colpita dalla bontà e dalla semplicità del principe, si innamora a sua volta di lui, considerandolo un redentore, ma allo stesso tempo lo rifiuta e lo rifiuterà fino alla fine, preferendogli sempre, ad alterne vicende, ma ineffabilmente, Rogozin, il figlio di un mercante strozzino, erede della fortuna del padre, personaggio sordido, follemente innamorato di lei.

Ella disprezza Rogozin, ma nonostante ciò lo sceglie, consapevole che l’avrebbe uccisa forse per averla infine tutta sua. C’è un’affinità con la protagonista del romanzo di Flaubert, madame Bovary, entrambe eroine tragiche, fuggenti un destino puritano e lineare, con uomini buoni che sarebbero morti per loro, preferendo invece le passioni forti, il rischio e l’ignoto, fino alla perdizione. Dostoevskij stesso suggerisce questa affinità quando narra, dopo i fatti drammatici della fuga dall’altare di Nastas’ja, che stava finalmente per sposare il principe dopo ben due rifiuti e dopo averlo già una volta abbandonato, del ritrovamento da parte del principe Myskin del libro Madame Bovary che Nastas’ija stava leggendo. Ella probabilmente, assidua lettrice di libri e romanzi, si ispira a questa figura della letteratura francese, divenendone così il parallelo russo, forse ancor più drammatico e sicuramente meno frivolo, in quanto dotato di maggiore autorevolezza e convinzione e di una carica enigmatica che intride tutto il romanzo.

Ma ecco come si apre l’ultima parte del romanzo, quando Dostoevskij narra la fuga di Nastas’ija Filippovna:

Nastas’ja era veramente pallida come un fazzoletto; ma i suoi grandi occhi neri fiammeggiavano come tizzi ardenti. La folla non poté resistere al fascino che se ne sprigionava: l’indignazione si risolse in grida di entusiasmo. Già lo sportello della carrozza si apriva, già Keller porgeva la mano alla sposa, quando improvvisamente ella mise un grido e si gettò come furiosa in mezzo alla folla. Quelli che l’accompagnavano rimasero impietriti. La calca si aperse. A sei passi dalla scala apparve Rogozin. Nella folla Nastas’ja ne aveva visto balenare gli occhi. Corse a lui forsennata e lo afferrò violentemente per le mani.

“Salvami! Portami via! Dove vorrai, subito, all’istante!”

Rogozin la sollevò sulle braccia, in un baleno la depose in una vettura di piazza, trasse dal portafogli un biglietto da cento rubli e lo mise in mano al vetturino.

” Alla stazione…Altri cento, se pigliamo il treno…”

Con questo colpo di scena che atterrisce il lettore, il romanzo si avvia ad una conclusione cupa, ma allo stesso tempo travolgente e sublime.

Il senso di colpa in Kafka e Freud

L’aspetto che personalmente salta agli occhi nell’opera kafkiana, ne è la dimensione onirica. Mi riferisco all’atmosfera presente soprattutto nel romanzo “Il Processo” (ma anche ne “Il castello”) e nel famoso racconto “La metamorfosi”. In quest’ultimo è evidente che l’aspetto orribile d’insetto assunto dal protagonista e vissuto dallo stesso come se fosse normale, può appartenere solo ad un sogno. Ma di certo anche il fantomatico e labirintico tribunale de “Il processo” non può che avere la stessa natura onirica. C’è un passaggio preciso che a mio avviso rappresenta un’indicazione chiara dell’autore in tal senso, quando K. (il protagonista del romanzo), incriminato perché colpevole di non si sa qual crimine, da parte di un tribunale speciale, si reca alla prima udienza e comincia a cercare l’ubicazione del tribunale. Giunto all’indirizzo comunicato, trova al posto del tribunale un palazzo con all’interno appartamenti popolari. Decide allora di bussare alle porte e chiedere di un certo “falegname Lang” che si è inventato sul momento, in maniera da poter scrutare all’interno e trovare l’aula di tribunale senza palesare la propria identità di imputato. Dopo qualche tentativo, alla rinnovata domanda se si conoscesse tal falegname Lang, gli viene assurdamente indicato l’ingresso proprio dell’aula di tribunale!

L’atmosfera surreale tipica del sogno, colma di assurdità e allucinazioni, si accompagna costantemente ad un senso di angoscia, anch’esso tipico dell’esperienza onirica, che avvicina molto a mio parere l’opera kafkiana a quella freudiana. Infatti è come se l’inconscio che si manifesta secondo Freud nel sogno, nell’opera di Kafka si confondesse con la realtà, donandole un fascino tutto particolare, che rende straordinario dal punto di vista narrativo il racconto. Questo straripamento dell’inconscio nella realtà, che per Freud è patologico, per Kafka diviene il paradigma della vita stessa con le sue caratteristiche da un lato di assurdità, dall’altro di colpevolezza subliminale.

Il senso di colpa e dunque il peccato, sono alla base de “Il processo”. K. si ritiene innocente ma in fondo sa di essere colpevole, anche se non conosce perché, tanto che alla fine accetta la crudele pena di morte che gli viene inflitta con un’apparente assurda tranquillità, che può essere spiegata forse dal precedente colloquio di K. con un sacerdote, che gli dice: “…non bisogna credere che tutto è vero, bisogna solo credere che tutto è necessario”. La necessità della colpa è spiegata da Freud con il “complesso di Edipo” che perpetua in noi la tragedia del parricidio, mentre per Kafka ha natura teologica e rimanda all’oscura volontà di dio (ma di un dio che non si manifesta, che, per così dire, si nasconde nella sua stessa divinità, in ultima analisi un dio-che-non-è).

Inquietudine

Elle souhaitait à la fois mourir et habiter Paris…

Au fond de son âme, cependant, elle attendait un événement. Comme les matelots en détresse, elle promenait sur la solitude de sa vie des yeux désespérés, cherchant au loin quelque voile blanche dans les brumes de l’horizon. Elle ne savait pas quel serait ce hasard, le vent qui le pousserait jusqu’ à elle, vers quel rivage il la mènerait, s’il était chalupe ou vaisseau à trois ponts, chargé d’angoisses ou plein de félicités jusqu’ au sabords. Mais, chaque matin, à son réveil, elle l’espérait pour la journée, et elle écoutait tous les bruits, se levait en sursaut, s’étonnait qu’il ne vînt pas; puis, au coucher du soleil, toujours plus triste, désirait être au lendemain.

Ella desiderava allo stesso tempo morire e vivere a Parigi…

In cuor suo, tuttavia, aspettava un evento. Come i marinai in preda allo sconforto, gettava sulla solitudine della sua vita sguardi disperati, cercando lontano qualche vela bianca nelle brume dell’orizzonte. Non sapeva cosa sarebbe stato questo evento, quale brezza lo avrebbe spinto verso di lei, né verso quale sponda l’ avrebbe condotta, se sarebbe stato scialuppa o vascello a tre ponti, carico di angosce o pieno di felicità fino alle sponde. Ma ogni mattino, al suo risveglio, lo sperava per la giornata, e ascoltava tutti i rumori, si alzava di soprassalto, si stupiva che non venisse, poi, al calar del sole, sempre più triste, desiderava essere al giorno dopo.

(trad. mia)

Madame Bovary – G. Flaubert

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