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Parting at morning

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W. Rothenstein 1891 – a tryst followed by abandonment

 

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Araby

I had never spoken to her , except for a few casual words, and yet her name was like a summons to hall my foolish blood.

James Joyce

Nastas’ja Filippovna, una madame Bovary russa

Il personaggio centrale del romanzo L’idiota (1868-69) di Fedor Dostoevskij è certamente il principe Myskin, anche se in realtà tutta la trama si sviluppa all’ombra dell’enorme personaggio femminile di Nastas’ja Filippovna, di cui il principe è innamorato.

Senza dubbio dobbiamo dire che questo amore è enigmatico, dal momento che Nastas’ija Filippovna stessa rappresenta un enigma nel romanzo, ciò che la rende assai affascinante. Terribile e triste allo stesso tempo, orgogliosa e beffarda, folle ma pervicace nel perseguire il proprio destino come se ne conoscesse da sempre la sorte maledetta. Ecco cosa il principe prova rimirandone il ritratto, prima ancora d’incontrarla:

Pareva che volesse risolvere l’enigma di quel viso, che già lo aveva colpito una prima volta. Quell’impressione gli si era fitta nell’anima, e perciò cercava ora di provarla di nuovo e di analizzarla. Quel viso, singolarissimo per bellezza e per qualcos’altro, lo colpì questa seconda volta ancora più forte. Portava impresso un orgoglio sconfinato insieme con un disprezzo che rasentava l’odio, e nel tempo stesso era semplice, fiducioso, quasi ingenuo: strano contrasto, che vi svegliava dentro un senso di pietà. Una bellezza abbagliante e quasi insopportabile: un viso pallido, emaciato, illuminato da due occhi che gettavano fiamme. Il principe lo fissò per un minuto, poi si riscosse, si guardò intorno, si accostò rapidamente il ritratto alle labbra e lo baciò.

Consideriamo che il principe Myskin è un personaggio semplice, bonario, ingenuo, non attaccato al denaro, estraneo alle convenzioni sociali. Nato in Russia, aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza in Svizzera sotto le cure di un medico e gentiluomo russo che si occupava della sua malattia, l’epilessia (di cui soffriva lo stesso Dostoevskij). Ritornato in Russia, da solo, si imbatte in varie persone che, a causa della sua stessa indole e della malattia di cui risentiva ancora, lo reputano talvolta “idiota”, talaltra molto intelligente, soprattutto per le sue considerazioni filosofiche che di tanto in tanto proferisce nel bel mezzo di un ricevimento, o in situazioni apparentemente banali, nelle quali nessuno si sarebbe entusiasmato tanto all’infuori di lui.

Naturalmente il principe, proprio per la sua condizione sociale e per un’eredità che aveva ricevuto e che faceva di lui un uomo nobile abbastanza ricco, era persona di tutto rispetto nella società russa del tempo. Stupisce pertanto, o meglio stupirebbe se non fosse egli “l’idiota”, della volontà di sposare Nastas’ja Filippovna, una mantenuta, che così era non per sua scelta ma per sorte e che per le convenzioni del tempo, dato che ella aveva prolungato questa sua condizione senza mai cercare di riscattarsi, poteva considerarsi (e così in realtà veniva reputata) “una baldracca”.

D’altro canto Nastas’ja Filippovna, colpita dalla bontà e dalla semplicità del principe, si innamora a sua volta di lui, considerandolo un redentore, ma allo stesso tempo lo rifiuta e lo rifiuterà fino alla fine, preferendogli sempre, ad alterne vicende, ma ineffabilmente, Rogozin, il figlio di un mercante strozzino, erede della fortuna del padre, personaggio sordido, follemente innamorato di lei.

Ella disprezza Rogozin, ma nonostante ciò lo sceglie, consapevole che l’avrebbe uccisa forse per averla infine tutta sua. C’è un’affinità con la protagonista del romanzo di Flaubert, madame Bovary, entrambe eroine tragiche, fuggenti un destino puritano e lineare, con uomini buoni che sarebbero morti per loro, preferendo invece le passioni forti, il rischio e l’ignoto, fino alla perdizione. Dostoevskij stesso suggerisce questa affinità quando narra, dopo i fatti drammatici della fuga dall’altare di Nastas’ja, che stava finalmente per sposare il principe dopo ben due rifiuti e dopo averlo già una volta abbandonato, del ritrovamento da parte del principe Myskin del libro Madame Bovary che Nastas’ija stava leggendo. Ella probabilmente, assidua lettrice di libri e romanzi, si ispira a questa figura della letteratura francese, divenendone così il parallelo russo, forse ancor più drammatico e sicuramente meno frivolo, in quanto dotato di maggiore autorevolezza e convinzione e di una carica enigmatica che intride tutto il romanzo.

Ma ecco come si apre l’ultima parte del romanzo, quando Dostoevskij narra la fuga di Nastas’ija Filippovna:

Nastas’ja era veramente pallida come un fazzoletto; ma i suoi grandi occhi neri fiammeggiavano come tizzi ardenti. La folla non poté resistere al fascino che se ne sprigionava: l’indignazione si risolse in grida di entusiasmo. Già lo sportello della carrozza si apriva, già Keller porgeva la mano alla sposa, quando improvvisamente ella mise un grido e si gettò come furiosa in mezzo alla folla. Quelli che l’accompagnavano rimasero impietriti. La calca si aperse. A sei passi dalla scala apparve Rogozin. Nella folla Nastas’ja ne aveva visto balenare gli occhi. Corse a lui forsennata e lo afferrò violentemente per le mani.

“Salvami! Portami via! Dove vorrai, subito, all’istante!”

Rogozin la sollevò sulle braccia, in un baleno la depose in una vettura di piazza, trasse dal portafogli un biglietto da cento rubli e lo mise in mano al vetturino.

” Alla stazione…Altri cento, se pigliamo il treno…”

Con questo colpo di scena che atterrisce il lettore, il romanzo si avvia ad una conclusione cupa, ma allo stesso tempo travolgente e sublime.

Relazione padre-figlio (da “Figliolanza” lezione di Massimo Cacciari al Festival della Filosofia di Modena 2015)

Prendo spunto dall’intervento di Massimo Cacciari il 19 settembre al Festival della filosofia di Modena sul tema “ereditare”, dal titolo “figliolanza”, per ripercorrere secondo il taglio adottato dal professore, il tema dell’eredità in senso filosofico-religioso.

Cacciari apre il suo ragionamento basandosi sulla relazione padre-figlio introdotta nel Vangelo, tra il Dio Padre e il Figlio Gesù. Molte sono le caratteristiche interessanti di questo rapporto, nuovo rispetto alla figura del pater familias in epoca romana ed ancor prima nel mondo ellenico. Diversamente infatti si intende il concetto di patria potestà: il padre nell’antichità rappresenta il dominus, ovvero l’autorità assoluta verso il figlio e questo legame di soggezione da parte del figlio è insito nella discendenza biologica dal padre; nel Vangelo invece il Cristo si allontana dalla famiglia di origine per seguire il Padre che è nei Cieli. Si evidenzia dunque un’elezione della figura del padre, cioè padre è colui che viene eletto dal figlio e non necessariamente il padre biologico. Questo riconoscimento dà luogo ad un rapporto fondato sull’amore. Il padre accetta il figlio per come è, attende a braccia aperte il figliuol prodigo. D’altro canto il figlio è la rappresentazione del volto del Padre che è nei Cieli e che non può essere conosciuto se non attraverso il figlio, beneficiario in toto dell’ eredità del padre.

Ma se il figlio secondo il Vangelo è pienamente erede, dato che l’eredità si acquista al momento della morte del padre, non si potrebbe pensare forse che il padre è defunto? Così Cacciari introduce il tema nicciano della morte di dio nel suo ragionamento. Nietzsche aveva voluto avvertire i contemporanei che questo era l’epilogo a cui il mondo occidentale era giunto, la sua era una constatazione ed un avvertimento, non certo un progetto. Ma la morte di dio apre le porte ad un rischio fatale, dice Cacciari, ovvero alla lotta fratricida per l’eredità, che è unica e indivisibile, dovendo esistere evangelicamente un solo figlio autentico in grado di gestirla. Ma esiste anche un rischio insito nel reclamare la vita e dunque l’autorità da parte del padre, quello di instaurare un conservatorismo tanto più odioso quanto più il figlio ormai non riconosce più l’autorità assoluta del padre. Questo aspetto è ben rappresentato nella lettera al padre di Kafka, il quale odia il padre, ne sente l’incapacità ad esercitare la patria potestà ed allo stesso tempo l’imposizione come autorità castratrice che rende la vita impossibile al figlio. In una tale situazione sia il padre che il figlio sono inadeguati e non c’è possibilità di riconciliazione.

La civiltà contemporanea si dibatte tra queste problematiche. Il mondo occidentale in lotta tra le varie visioni del mondo e l’Islam che vede prevalere il conservatorismo. Esiste forse una terza via, si domanda Cacciari? E’ possibile mantenere in essere la relazione padre-figlio, senza doverla risolvere? Non è forse il concetto di dio una relazione? Non è forse dio logos? 

In una battuta finale Cacciari afferma: in fondo dio è il geist di Hegel, lo spirito assoluto hegeliano. Quello che vuol dire il filosofo, a mio avviso, anche rifacendosi di sfuggita a Hegel, è che possiamo superare l’ antitesi tra dogmatismo religioso e nichilismo, attraverso la dialettica che caratterizza l’evolversi dello spirito hegeliano, nella relazione padre -figlio sempre aperta e fondata sull’amore. A ben vedere questa relazione non è altro che il confronto che la nostra autocoscienza necessariamente attua con la tradizione, che è rappresentata dalla figura del padre. Il confronto può essere caratterizzato da una volontà di rottura con il passato, ma in questo caso si pone da una parte il problema di rifondare il presente e di trovare l’accordo con l’altro sulla visione del futuro, d’altra parte, di subire incessantemente l’influenza angosciante di un passato che non ci vuole abbandonare, come un’ombra che ci sovrasta. Una diversa prospettiva si apre relazionandoci alla tradizione interpretandola all’insegna dell’amore e offrendone dunque una versione ermeneutica riconciliante.

A volte Dio

A volte Dio
uccide gli amanti
perchè non vuole
essere superato
in amore.

Alda Merini

Accarezzami

Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

Alda Merini

Mal de amores (Julio Romero de Torres)

Mal_de_amores_by_Julio_Romero_de_Torres

The sparkle

Una scintilla nel cuore

potrei morire,

d’amore.

 

claudio

Prospettive dell’amore in Nietzsche: dualità.

Che altro è l’amore se non comprendere e gioire che un altro viva, agisca e senta in maniera diversa e opposta alla nostra? Per poter superare i contrasti con la gioia, l’amore non li deve sopprimere né negare. Perfino l’amore di sé contiene come presupposto la non mescolabile dualità (o pluralità) in una stessa persona.

Da aforisma n. 75 “Amore e dualità” in “Umano troppo umano” F. Nietzsche

Prospettive dell’amore in Nietzsche: l’inganno di sé.

Si dimenticano molte cose del proprio passato e le si scaccia di proposito dalla mente: cioè si vuole che la nostra immagine, che irraggia dal passato verso di noi, ci inganni, lusinghi la nostra presunzione – noi lavoriamo continuamente a quest’inganno di noi stessi. E ora credete voi, che tanto parlate e decantate l’ “obliar sé stessi nell’amore”, lo “sciogliersi dell’io nell’altra persona”, che ciò sarebbe qualcosa di sostanzialmente diverso? Dunque si infrange lo specchio, ci si immagina in un’altra persona che si ammira, e si gode poi la nuova immagine del proprio io, anche se la si chiama col nome dell’altra persona – e tutto questo procedimento non sarebbe inganno di sé, non sarebbe egoismo, gente strana!

Da aforisma n. 37 “L’inganno dell’amore” in “Umano troppo umano” F. Nietzsche

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