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L’uomo patagonico nelle pitture rupestri

Argentina, provincia di Santa Cruz in Patagonia, a circa settanta km a sud dalla città di Perito Moreno, si trova il sito archeologico di Cueva de las manos, dove si possono osservare pitture rupestri risalenti fino a novemila anni fa. Le pitture sono visibili sulla parete rocciosa del canyon del Rio Pinturas, dove l’uomo patagonico si recava periodicamente per cacciare il guanaco . Infatti le tribù primitive si spostavano al seguito delle mandrie dei guanaco e ciclicamente tornavano nel canyon del Rio Pinturas, così per secoli, anzi millenni.

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Le pitture rappresentano soprattutto scene di caccia, come si può vedere nell’immagine successiva: In questo caso la caccia avviene con l’uso di particolari corde che avevano un peso all’estremità e venivano lanciate alle zampe degli animali per farli cadere. Generalmente nelle pitture si utilizzavano i rilievi naturali della roccia per simulare la conformazione del territorio di caccia in modo da rappresentare realisticamente le scene venatorie, disponendo gli uomini e gli animali come se fossero in una vera battuta, cioè con i cacciatori in agguato al passaggio degli animali. Probabilmente si voleva fissare le migliori strategie apprese, da adottare in quel particolare territorio.

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Nell’immagine successiva invece si può vedere in evidenza la figura di un guanaco in bianco con il ventre ingrossato, evidentemente una femmina incinta con sotto un cucciolo ed ancora sotto un’altra femmina incinta. Queste figure risalgono ad un’epoca intermedia, come attestano gli studi archeologici (di cui si trovano le fonti sul sito http://www.cuevadelasmanos.org) in quanto i vari colori usati: rosso, bianco, nero, giallo e magenta, dipendono dal minerale impiegato nella fabbricazione dei colori, che variava a seconda delle epoche. A differenza delle pitture più antiche, puramente descrittive  (il genere descrittivo si ritrova comunque nelle varie epoche), queste ultime avevano, come si può facilmente immaginare, una funzione di auspicio per una stagione fertile e ricca di cibo.

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Ancora più recente è la figura di uno strano essere che possiamo vedere nell’immagine successiva (lato destro, in nero, parte ombreggiata); le guide del parco lo collegano al “gualichu”, uno spirito con poteri magici conosciuto ancora oggi dagli indios Mapuche.

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Naturalmente il soggetto più frequentemente rappresentato, come indica il nome del sito e che è ben visibile nell’immagine soprastante è la mano, che veniva riprodotta “in negativo”, appoggiando la propria mano sulla roccia e gettando sopra il colore in modo da lasciare un’impronta nitida. Pitturando la mano si voleva testimoniare il passaggio della famiglia, forse per “marcare il territorio”, oppure per ritrovare la propria impronta la volta successiva che si fosse tornati sul posto.

A circa cento km da Cueva de las manos si trova un altro sito archeologico molto interessante: si tratta del Cerro de los indios, una roccia imponente che domina la pianura del lago Posadas, vicino al confine andino col Cile.

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A differenza di Cueva de las manos, il Cerro de los indios non è un sito controllato e non ne è segnato il percorso, quindi si può raggiungere soltanto se si hanno precise indicazioni e ciò nonostante non è facile trovare la caverna, visibile nella foto soprastante, alla base della parete rocciosa, dove sono le pitture ed anche dei grafiti; inoltre è situato in un terreno privato ed occorre il permesso del proprietario per accedervi. Nonostante chi scrive non possa essere sicuro rispetto a eventuali contaminazioni delle pitture a causa di atti vandalici, confrontandosi con le guide del museo (in costruzione) di Perito Moreno e con quelle di Cueva de las manos, possiamo individuare con una certa sicurezza alcune figure riconosciute come originali, ad esempio la “rosada”, costituita da cerchi concentrici con ulteriori cerchi all’esterno, che si può vedere nell’immagine sotto.

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Questa figura testimonia un ulteriore sviluppo della pittura rupestre, che, a partire da circa 1300 anni fa curiosamente non viene più praticata in Cueva de las manos, bensì al Cerro de los indios; ovvero il passaggio alla raffigurazione di figure geometriche ed astratte, dal significato, almeno per ora, indecifrabile. Da ciò emerge che l’uomo primitivo inizialmente si concentrava sugli aspetti materiali della vita, ovvero il cibo e la caccia e, come qualsiasi altro predatore, si preoccupava di affinare le tecniche venatorie,  mentre allo stesso tempo coltivava i rapporti sociali nella famiglia e nella tribù,  infatti le famose “mani” pitturate rappresentano individui di tutte le età e di sesso diverso; successivamente si dedica alla raffigurazione di immagini più fantasiose, con intenti probabilmente divinatori, forse anche con l’ausilio di piante allucinogene, per poi arrivare ad una pittura astratta, dimostrando uno sviluppo non solo di tipo razionale, ma anche di coscienza e culturale.

Una tale cultura, che al Cerro de los indios appartiene già, possiamo dire, agli indios Tehuelche, che gli europei incontrarono più tardi arrivando in Patagonia con Magellano e che rappresenta la relazione millenaria dell’uomo con un territorio che è rimasto pressoché immutato nel tempo, fatta eccezione per le variazioni geologiche e climatiche, è andata purtroppo disperdendosi a causa della repressione sociale di cui sono stati vittime gli indios, ma che forse può essere almeno in parte recuperata, così in Argentina come analogamente in tutto il continente americano.

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Mulato, ultimo capo Tehuelche, foto ca. 1900 in Punta Arenas, Terra del fuoco, Cile

 

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