enigma

Siddharta il superuomo, tra filosofia e misticismo.

Nel solco delle opere dedicate alla relazione tra filosofia occidentale e filosofia orientale, possiamo annoverare il romanzo Siddharta di Herman Hesse, pubblicato per la prima volta nel 1922 e riscoperto a partire dal secondo dopoguerra, come testo di riferimento nell’ambito dei movimenti giovanili di critica alla cività occidentale.

Sappiamo che il primo autore occidentale ad aver importato i concetti dell’Induismo nella propria filosofia fu Arthur Schopenhauer, che ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) interpreta in maniera pessimistica la vita umana, come sospinta da una forza di volontà eteronoma rispetto all’uomo, il quale si dibatte tra le vicende del mondo sensibile distratto dal velo di Maya che gli impedisce di cogliere il senso autentico delle proprie azioni. Il discepolo di Shopenhauer, Friederich Nietzsche, si discosta dalla visione del maestro, dando un’impronta più individualistica alla propria filosofia, riconoscendo la libertà dell’uomo (che diviene addirittura superuomo o oltre-uomo in quest’ottica) come centrale al sistema, seppur nel contesto di una visione tragica della vita.

In questo contesto si può collocare Herman Hesse, nato nel 1877 a Calw in Germania, in ambiente familiare di religione pietista. Egli, a dispetto della sua educazione familiare, si dedicò ben presto all’ascetismo ed alle filosofie orientali, mantenendo sempre un forte interesse per filosofia di Shopenhauer e di Nietzsche. In realtà, Nietzsche aveva poco a che vedere con l’ascetismo, che anzi giudicò come vano rifiuto della vita (cfr. Che significano gli ideali ascetici? In Genealogia della morale (1887) ), ma Hesse, nonostante questo pregiudizievole contrasto con Nietzsche, ne utilizza a ben vedere i principi cardine, in maniera del tutto originale, per interpretare il significato della filosofia Buddhista nel romanzo Siddharta.

Il romanzo parla di un giovane, Siddharta (contemporaneo dell’altro Siddharta, il Buddha, che infatti incontrerà) che si allontana dalla propria famiglia, appartenente alla casta superiore dei Bramhani, per diventare un Samana, un pellegrino dedito alla meditazione ed iniziare così un percorso di autocoscienza che lo condurrà al Nirvana (in ciò si può scorgere anche un’intenzione autobiografica dell’autore). I principali punti di contatto con la filosofia di Nietzsche che si possono rintracciare nella lettura del testo riguardano la concezione della verità e il concetto di tempo.

Vediamo direttamente alcuni passi del romanzo: quando Siddharta, abbandonato il gruppo dei Samana con cui viveva per andare a conoscere il Buddha, finalmente lo incontra e riesce a parlarci, gli dice (pag. 63, 64 dell’ed. Adelphi):

… E – tale è il mio pensiero, o Sublime – nessuno perverrà mai alla liberazione attraverso una dottrina! A nessuno, o Venerabile, tu potrai mai, con parole, e attraverso una dottrina, comunicare ciò che avvenne in te nell’ora della tua illuminazione!

… Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un’altra e migliore dottrina, poiché lo so, che non ve n’è alcuna, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri e raggiungere da solo la mia meta o morire.

Il significato di queste parole, piuttosto chiaro, ha due implicazioni: primo, le parole non sono in grado di comunicare la verità, o l’essere, per usare un termine filosofico; secondo, ciascuno di noi ha una propria strada da seguire per raggiungere il Nirvana. Quindi il Nirvana, questa condizione di beatitudine che sancisce la fine della concupiscenza sul mondo e così anche del Sam – sara, cioè dell’avvicendarsi delle vite terrene attraverso la reincarnazione e che rappresenta il traguardo del Buddhismo, si discosta dall’idea hegeliana di spirito assoluto che ha caratterizzato il pensiero occidentale del XIX sec. fino a Nietzsche. In realtà anche per Hegel le singole coscienze hanno un percorso da fare che consiste inizialmente nell’acquisire autoconsapevolezza e poi mutuo riconoscimento nella comunione dello spirito che è cultura, scienza e religione, fino a raggiungere il massimo grado di unità nella filosofia che è conoscenza dello spirito assoluto in termini razionali, quindi conoscenza di dio. Il pensiero enunciato da Nietzsche ne La Gaia scienza (1882) della morte di dio non è altro che la metafora della fine dello spirito assoluto da cui consegue la relativizzazione dei valori. Quindi il Buddhismo di Hesse, se da una parte considera il concetto di unità come scopo, dato che nell’Induismo prima e nel Buddhismo poi, Bramhan, il dio sommo, rappresenta il mondo come unità, non riconosce validità assoluta ad alcuna dottrina, se non forse una certa utilità come pane per sfamare quegli uomini, la maggioranza in effetti, che non sono in grado di elevarsi al di sopra della loro condizione di uomini-bambini, come li chiama Siddharta, cioè di avere la coscienza del tutto (pag. 158):

Che cosa mancava loro, che cosa aveva più di loro il saggio, il filosofo, se non un’unica inezia, un’unica, piccola, meschinissima cosa: la coscienza, il pensiero consapevole dell’unità di tutta la vità?

Ma non risiede nel verbo la saggezza, dato che la parola non è in grado di cogliere l’essere, come per l’intera tradizione del misticismo, così si esprime infatti Siddharta  (pag. 173):

Le parole non rendono un buon servigio al significato segreto, tutto risulta sempre un po’ diverso quando lo si esprime a parole, un po’ falsato, un po’ folle…

La saggezza di Siddharta giunge in reatà ascoltando il fiume, così come spiega il compagno Vasudeva rispondendo alla sua domanda (pag. 135):

-Hai appreso anche tu dal fiume quel segreto, che il tempo non esiste?

Un chiaro sorrise si diffuse sul volto di Vasudeva:

-Sì Siddharta – rispose – ma è questo ciò che tu vuoi dire: che il fiume si trova ovunque in ogni istante, alle sorgenti ed alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e che per lui non vi è che presente, neanche l’ombra del passato, neanche l’ombra dell’avvenire?

-Sì questo – disse Siddharta – E quando l’ebbi appreso, allora considerai la mia vita, e vidi che è anch’essa un fiume, vidi che soltanto ombre, ma nulla di reale, separano il ragazzo Siddharta dall’uomo Siddharta e dal vecchio Siddharta. Anche le precedenti nascite di Siddharta non furono un passato, e la sua morte e il suo ritorno a Bramhan non sono un avvenire. Nulla fu, nulla sarà: tutto è, tutto ha realtà e presenza.

Annullare il tempo è la chiave per la salvezza: vivere il presente, che in sè contiene passato e futuro, come potenzialità. Ma piuttosto che eliminazione del tempo, non è forse questa una concezione circolare del tempo, propria degli antichi greci e che Nietzsche ci ripropone col pensiero dell’ eterno ritorno?

Scrive Nietzsche nel Così parlò Zarathustra (1891) – par. “Della redenzione”:

Tutto il “fu” è un frammento, un enigma, un atroce caso – finché la volontà creante non dice: “Ma così volevo!” – Finché la volontà creante non dice: Ma così voglio! Così vorrò!”

…Fu mai la volontà a se stessa redentrice e dispensatrice di gioia? Dimenticò lo spirito di vendetta e tutto il digrignar di denti?

E chi le insegnò la conciliazione col tempo e cose più alte di ogni conciliazione?

In questo punto Nietzsche offre un’interpretazione della sua concezione circolare del tempo, in cui tutto ritorna: l’uomo deve fare pace col proprio passato e con se stesso, così come deve accettare il proprio destino, facendo questo rende ogni attimo eterno perché ad ogni attimo si ripresenta il circolo della vita nelle varie manifestazioni. Ma questa intuizione non è forse quella di Siddharta che contempla il fiume? lo stesso Nietzsche disse di essere stato folgorato da questo pensiero durante le passeggiate in alta montagna a Sils-Maria sulle Alpi Engandine dove viveva, presentando questa idea come il frutto inaspettato di una ricerca interiore, allo stesso modo di Siddharta che è colpito da una vertigine mentre sta per gettarsi nel fiume e porre termine così alla propria vita e viene salvato da questa rivelazione che offre la risposta al suo continuo cercare.

Infine, la differenza tra le due impostazioni, quella mistica orientale da un lato e quella filosofica occidentale dall’altro, rimane prevalentemente nel fatto che, mentre la prima si serve della meditazione (intesa come comunione spirituale con il tutto, simboleggiata dalla pronuncia della sacra vocale Om) come strumento di conoscenza, la seconda si serve del logos da cui, come diceva Eraclito, scaturiscono tutte le cose e da cui lo stesso Hesse non ha saputo, o potuto, fare del tutto a meno.

 

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: