enigma

Il logos nella tradizione filosofica da Eraclito a Heidegger

Se la filosofia nasce con la ricerca del principio a cui condurre tutte le cose, per Eraclito (VI-V sec. A.C.) tale principio è il logos, ovvero l’elemento razionale di organizzazione del mondo, espresso verbalmente. L’aspetto verbale e quello razionale del logos assumono un peso diverso di volta in volta a seconda delle correnti di pensiero. Infatti, mentre l’aspetto verbale, il Verbo, è centrale nella tradizione giudaico-cristiana, quello razionale, il concetto, lo è nella filosofia da Platone ai filosofi moderni (anche se, pur sempre mantenendo il legame col linguaggio, più o meno a seconda degli autori).

La presente trattazione rappresenta un tentativo di analizzare come nasce il concetto e con quali implicazioni filosofiche. Innanzitutto, diciamo che il concetto si può raffigurare come idea o articolazione di idee. L’idea è sviluppata da Platone (V-IV sec. A.C.) come essenza delle cose. Per comprenderne appieno il significato, occorre ricordare che Platone interpretava il mondo terreno come immagine riflessa e “sbiadita” di un mondo perfetto nell’al di là, chiamato Iperuranio, appunto il mondo delle idee. L’anima, che secondo Platone è già vissuta nell’Iperuranio, è dunque in grado di ricordarne le essenze, corrispondenti alle cose ormai corrotte del mondo terreno. In definitiva, la formazione del concetto in Platone, ha origini che potremmo definire mitologiche.

Facendo un salto in avanti, con il cogito ergo sum di Descartes (1596-1650), non solo il concetto rappresenta l’essenza delle cose, ma è anche, in quanto pensiero, essenza dell’uomo. Il pensare razionale, il logos, coincide con l’Essere. L’origine del logos non è così diversa da come la intendeva Platone, infatti Cartesio la ripone in Dio, la cui realtà, come dice Nietzsche, è stata sostituita a quella dell’Iperuranio come principio ultimo di tutte le cose, ad opera della tradizione giudaico-cristiana.

In seguito Kant (1724-1804) interpreta il logos sulla base della categoria, che è forma di pensiero per la “lettura” dei fenomeni e condizione di ogni principio di realtà che rimanga circoscritto entro la sfera soggettiva. Al di fuori di tale sfera infatti sta il noumeno, che è un’entità inconoscibile. Sarà Hegel (1770-1831) a riconnettere le due sfere, interna ed esterna, ancora per mezzo del logos, che nella sua filosofia dell’Idealismo, assume un ruolo di estrema vitalità, in quanto sostanza dello Spirito assoluto che tutto rappresenta e tutto racchiude, sviluppandosi e svolgendosi storicamente nelle diverse differenziazioni che prendono avvio da una fase soggettiva per approdare ad una fase oggettiva ed infine al soggettivo=oggettivo, ovvero Io=Io, l’autocoscienza che conosce se stessa come identica a sé.

In altre parole, per Hegel l’autocoscienza non è da intendersi tanto come (psicologicamente) la coscienza di sé, quanto come il logos che raggiunge la piena comprensione di se stesso al termine di un processo storico che si identifica con il tempo. In questo processo l’uomo pensa e agisce sia come singolo, sia come collettività, e tutte le differenze, nonché le contrapposizioni che si vengono a creare, via via si ricompongono nel processo logico della dialettica, dove gli opposti trovano una composizione nella fase successiva della sintesi. Tale processo non può basarsi su di un principio esterno, perché abbiamo visto che tutto si esaurisce nello spirito assoluto, che è e resta principio e fine per se stesso. Il processo dialettico quindi dà vita ad un sistema circolare capace di reggersi in piedi da solo, anche a rischio di cadere nella tautologia, proprio in quanto tutto ricomprende e tutto giustifica.

In questo processo, rappresenta un momento essenziale la formazione dell’autocoscienza intesa come logos, attraverso la dialettica servo- signore. Il momento è fondamentale anche considerando che, mentre nella filosofia precedente l’uomo è tale in quanto così creato da Dio, nell’idealismo hegeliano del divenire, anche l’uomo è tale perché lo diventa. Naturalmente Hegel non fa riferimento ad uno stadio animale precedente, poiché le rivoluzionarie teorie darviniane avevano ancora da venire e la discendenza dell’uomo dall’animale non era ancora stata pensata, ma ermeneuticamente si potrebbe forse intravedere una tale suggestione. In ogni caso, questo passaggio avviene nella lotta tra simili, lotta feroce dove soltanto chi mira ad uccidere l’altro anche a costo di perdere la propria vita, può vincere. Dice Hegel nella Fenomenologia dello spirito (1807), cap. IV par. A:

La relazione tra le due autocoscienze è dunque determinata in modo tale che esse danno prova di sé, ciascuna a se stessa e all’altra, attraverso la lotta per la vita e per la morte. Esse debbono entrare in questa lotta, poiché debbono elevare a verità, ciascuna nell’altra e in se stessa, la certezza che esse  hanno di sé: la certezza cioè di essere per sé.

Soltanto la volontà di affermare la propria coscienza autonoma come essere-per-sé, rispetto all’essere-per-l’altro, uccidendo l’altro, permette di soggiogare il rivale, che per converso in preda al terrore di perdere la vita riconosce il vincitore come signore. Questo riconoscimento rappresenta l’alba della coscienza autonoma:

…l’una è la coscienza autonoma, la cui essenza è l’essere-per-sé; l’altra la coscienza non autonoma, la cui essenza è la vita, ossia l’essere-per-un-altro. L’uno è il signore, l’altro  è il servo.

Nel paragrafo successivo, sintetizzando le conclusioni a cui era appena giunto, Hegel precisa il significato di coscienza autonoma:

Nel pensare, io sono libero, perché non sono in un’alterità, ma rimango comunque presso me stesso, e l’oggetto che ho per essenza costituisce anche, in unità inseparata, il mio essere-per-me; mentre il movimento che compio nei concetti è un movimento che compio entro me stesso.

Il processo continua e si conclude quando anche la coscienza non autonoma del servo si affranca grazie al lavoro, che le conferisce autonomia in modo da poter confluire anch’essa nel logos dell’ autocoscienza. In questo stadio l’autocoscienza dunque collima con la coscienza autonoma, che nell’osservazione della natura e delle sue leggi diviene ragione, inaugurando l’epoca dello stoicismo . 

Per Nietzsche (1844-1900), che invece aveva ben presenti le teorie di Darwin (1809-1882), l’uomo resta in fondo un animale, ma ciò che lo contraddistingue pare essere la capacità di dare un senso a ciò che lo circonda, dando vita ad un’organizzazione razionale del mondo, che si manifesta praticamente e politicamente nello Stato, ma concettualmente in un “logos” analogamente a quanto descritto da Hegel nella dialettica servo-signore. Nel caso di Nietzsche però, il passo avviene ad opera della volontà di potenza che diviene plasmatrice per mezzo di:

…un qualsiasi branco d’animali da preda, una razza di conquistatori e di padroni che, guerrescamente organizzata e con la forza di organizzare, pianta senza esitazione i suoi terribili artigli su una popolazione forse enormemente superiore di numero, ma ancora informe, ancora errabonda.

Così dice Nietzsche nella Genealogia della morale (1887) cap.2 par.17, e continua:

L’opera loro è un’istintiva plasmazione di forme, espressione di forme, sono gli artisti più spontanei, più inconsapevoli che esistano – insomma esiste qualcosa di nuovo dove essi appaiono, una concrezione di dominio che vive, nella quale parti e funzioni sono circoscritte e messe in connessione, nella quale non trova posto alcuna cosa in cui non sia prima immesso un “senso” in vista del tutto.

 Che cos’è questa creazione di “senso”, se non la formazione dell’autocoscienza hegeliana e dunque del logos? Anche in questo caso è con la forza che si impone il genere umano (per mezzo di una “razza di conquistatori e di padroni”, dice N., facendoci pensare ad una scintilla di carattere genetico, in linea con il darvinismo e conformemente alla sua filosofia del caso), regolando il mondo attraverso un “logos” non più oggettivo come per Hegel, ma estremamente politico in quanto frutto della volontà di potenza.

Se Nietzsche, dal suo punto di vista, mette sotto accusa il pensiero filosofico precedente della metafisica, che riconosce al logos caratteristiche di universalità ed oggettività, mentre secondo la sua visione esso discende e dipende nient’altro che dalla volontà di potenza, Heidegger (1889-1976) rivolge la medesima critica a Nietzsche, in quanto la volontà di potenza non sarebbe altro che, a sua volta, un principio metafisico posto dall’uomo a giustificazione della realtà. Per Heidegger infatti, la storia del pensiero metafisico, che si apre con Platone e culmina in Nietzsche, e che costituisce la tradizione del mondo occidentale, non fa altro che istituire quali principi di realtà, interpretazioni della realtà stessa, che pongono l’Essere nell’ente, obliando la vera natura dell’Essere. Il logos che scaturisce da questo processo, così inteso, come abbiamo visto, a partire dall’idea di Platone, dona essenza all’ente, al solo scopo in fondo di piegarlo alla volontà di potenza attraverso la tecnica, che, in quanto gestell (impianto, imposizione) in realtà illude l’uomo di essere in una posizione centrale controllante, mentre lo pone in una posizione di controllato, cioè alienato, per dire altrimenti, nell’ente e dimentico dell’Essere.

Secondo questo illustre epigono della filosofia moderna, la tecnica rappresenta un processo autonomo di manifestazione dell’Essere (il quale tuttavia resta nascosto) che travolge l’uomo verso un destino sconosciuto. Purtuttavia, l’uomo è l’unico testimone dell’Essere, ciò che lo contraddistingue dall’animale (“la pietra è senza mondo, l’animale è povero di mondo, l’uomo è configuratore del mondo” cit. Heidegger), ovvero l’uomo è innanzi tutto Esser-ci (Dasein) come struttura esistenziale, che si proietta temporalmente verso la possibilità che gli è più propria, ossia la propria morte (e questa temporalità costituisce la manifestazione dell’essere nell’uomo), mentre l’animale non ha consapevolezza della propria morte. Per quanto riguarda l’Essere come assoluto, questo si palesa, o si nasconde nello spirito (Ereignis), che a sua volta si mostra come evento nel linguaggio (ma a suo modo anche nella tecnica, come abbiamo visto), tornando invero alla chiusura del cerchio, nuovamente nel logos.

Per Heidegger pare che il logos si biforchi nei due aspetti che abbiamo citato all’inizio della nostra trattazione: quello razionale, concettuale, logico, che rimane fissato all’ente e viene assorbito dalla tecnica, come lato apparente dell’Essere; e quello di discorso, parola, verbo, che esprime il lato vero dell’Essere, analogamente alla tradizione giudaico-cristiana, ma con suggestioni poetiche, in realtà oscure e misteriose, che lo stesso autore si dice infine incapace di comprendere, vedendo così naufragare il suo tentativo di fondare una nuova metafisica.

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