enigma

Archivi per il mese di “ottobre, 2015”

Nastas’ja Filippovna, una madame Bovary russa

Il personaggio centrale del romanzo L’idiota (1868-69) di Fedor Dostoevskij è certamente il principe Myskin, anche se in realtà tutta la trama si sviluppa all’ombra dell’enorme personaggio femminile di Nastas’ja Filippovna, di cui il principe è innamorato.

Senza dubbio dobbiamo dire che questo amore è enigmatico, dal momento che Nastas’ija Filippovna stessa rappresenta un enigma nel romanzo, ciò che la rende assai affascinante. Terribile e triste allo stesso tempo, orgogliosa e beffarda, folle ma pervicace nel perseguire il proprio destino come se ne conoscesse da sempre la sorte maledetta. Ecco cosa il principe prova rimirandone il ritratto, prima ancora d’incontrarla:

Pareva che volesse risolvere l’enigma di quel viso, che già lo aveva colpito una prima volta. Quell’impressione gli si era fitta nell’anima, e perciò cercava ora di provarla di nuovo e di analizzarla. Quel viso, singolarissimo per bellezza e per qualcos’altro, lo colpì questa seconda volta ancora più forte. Portava impresso un orgoglio sconfinato insieme con un disprezzo che rasentava l’odio, e nel tempo stesso era semplice, fiducioso, quasi ingenuo: strano contrasto, che vi svegliava dentro un senso di pietà. Una bellezza abbagliante e quasi insopportabile: un viso pallido, emaciato, illuminato da due occhi che gettavano fiamme. Il principe lo fissò per un minuto, poi si riscosse, si guardò intorno, si accostò rapidamente il ritratto alle labbra e lo baciò.

Consideriamo che il principe Myskin è un personaggio semplice, bonario, ingenuo, non attaccato al denaro, estraneo alle convenzioni sociali. Nato in Russia, aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza in Svizzera sotto le cure di un medico e gentiluomo russo che si occupava della sua malattia, l’epilessia (di cui soffriva lo stesso Dostoevskij). Ritornato in Russia, da solo, si imbatte in varie persone che, a causa della sua stessa indole e della malattia di cui risentiva ancora, lo reputano talvolta “idiota”, talaltra molto intelligente, soprattutto per le sue considerazioni filosofiche che di tanto in tanto proferisce nel bel mezzo di un ricevimento, o in situazioni apparentemente banali, nelle quali nessuno si sarebbe entusiasmato tanto all’infuori di lui.

Naturalmente il principe, proprio per la sua condizione sociale e per un’eredità che aveva ricevuto e che faceva di lui un uomo nobile abbastanza ricco, era persona di tutto rispetto nella società russa del tempo. Stupisce pertanto, o meglio stupirebbe se non fosse egli “l’idiota”, della volontà di sposare Nastas’ja Filippovna, una mantenuta, che così era non per sua scelta ma per sorte e che per le convenzioni del tempo, dato che ella aveva prolungato questa sua condizione senza mai cercare di riscattarsi, poteva considerarsi (e così in realtà veniva reputata) “una baldracca”.

D’altro canto Nastas’ja Filippovna, colpita dalla bontà e dalla semplicità del principe, si innamora a sua volta di lui, considerandolo un redentore, ma allo stesso tempo lo rifiuta e lo rifiuterà fino alla fine, preferendogli sempre, ad alterne vicende, ma ineffabilmente, Rogozin, il figlio di un mercante strozzino, erede della fortuna del padre, personaggio sordido, follemente innamorato di lei.

Ella disprezza Rogozin, ma nonostante ciò lo sceglie, consapevole che l’avrebbe uccisa forse per averla infine tutta sua. C’è un’affinità con la protagonista del romanzo di Flaubert, madame Bovary, entrambe eroine tragiche, fuggenti un destino puritano e lineare, con uomini buoni che sarebbero morti per loro, preferendo invece le passioni forti, il rischio e l’ignoto, fino alla perdizione. Dostoevskij stesso suggerisce questa affinità quando narra, dopo i fatti drammatici della fuga dall’altare di Nastas’ja, che stava finalmente per sposare il principe dopo ben due rifiuti e dopo averlo già una volta abbandonato, del ritrovamento da parte del principe Myskin del libro Madame Bovary che Nastas’ija stava leggendo. Ella probabilmente, assidua lettrice di libri e romanzi, si ispira a questa figura della letteratura francese, divenendone così il parallelo russo, forse ancor più drammatico e sicuramente meno frivolo, in quanto dotato di maggiore autorevolezza e convinzione e di una carica enigmatica che intride tutto il romanzo.

Ma ecco come si apre l’ultima parte del romanzo, quando Dostoevskij narra la fuga di Nastas’ija Filippovna:

Nastas’ja era veramente pallida come un fazzoletto; ma i suoi grandi occhi neri fiammeggiavano come tizzi ardenti. La folla non poté resistere al fascino che se ne sprigionava: l’indignazione si risolse in grida di entusiasmo. Già lo sportello della carrozza si apriva, già Keller porgeva la mano alla sposa, quando improvvisamente ella mise un grido e si gettò come furiosa in mezzo alla folla. Quelli che l’accompagnavano rimasero impietriti. La calca si aperse. A sei passi dalla scala apparve Rogozin. Nella folla Nastas’ja ne aveva visto balenare gli occhi. Corse a lui forsennata e lo afferrò violentemente per le mani.

“Salvami! Portami via! Dove vorrai, subito, all’istante!”

Rogozin la sollevò sulle braccia, in un baleno la depose in una vettura di piazza, trasse dal portafogli un biglietto da cento rubli e lo mise in mano al vetturino.

” Alla stazione…Altri cento, se pigliamo il treno…”

Con questo colpo di scena che atterrisce il lettore, il romanzo si avvia ad una conclusione cupa, ma allo stesso tempo travolgente e sublime.

Dall’Essere “stabile” all’Essere come evento

Pensare l’Essere non è poi faccenda così astrusa, dice Vattimo, ma ha a che fare con la realtà. L’Essere è la verità di tutti i giorni. Ma questa verità è fissa e dogmatica oppure in divenire? A partire da Nietzsche la visione dogmatica della metafisica viene posta in dubbio. L’esistenzialismo riprende questo tema e con Sartre introduce il tarlo del Nulla nella struttura dell’Essere. L’Essere non è mai così perfetto per l’uomo, contiene sempre qualcosa di negativo che lo nullifica in parte, ogni progetto umano è destinato dunque allo scacco. Per Heidegger invece l’Essere è progettualità in continua evoluzione, che però trascende l’uomo, in quanto ogni progetto si trova già “gettato” nel  mondo, ovvero soggetto ad una tradizione che è contenuta nel linguaggio: non è l’uomo che parla il linguaggio, ma è il linguaggio che parla l’uomo, dice Heidegger. Quale narrazione allora è la più adeguata a raccontare l’accadimento dell’Essere?

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