enigma

Il nichilismo da Dostoevskij a Nietzsche

Il termine nichilismo compare alla fine del XIX° secolo in Russia, riferito ad un movimento politico composto da personaggi dai tratti  per così dire mefistofelici, ribelli e insofferenti rispetto alla cultura slavofila  e cristiano – ortodossa della patria. Questi sono ben rappresentati nelle opere di Dostoevskij, i cui protagonisti spesso sfidano o negano dio e di conseguenza anche i valori della società russa. Il tema è sempre svolto in chiave problematica dallo scrittore. Ne “I fratelli Karamazov” (1880) compare la celebre frase di Ivan Karamazov: “se dio non esiste allora tutto è permesso”; ed infatti in “Delitto e castigo” (1866) Raskolnikov uccide per dimostrare a se stesso di far parte degli uomini superiori che si collocano al di sopra del bene e del male, anche se infine sarà divorato dai sensi di colpa e troverà unico sollievo nella fede. Ne “I demoni” (1872) Kirilov afferma: “se dio non esiste, io sono dio” e si suicida per dimostrarlo, potendo egli stesso decidere della sua stessa vita .

Più o meno negli stessi anni il termine nichilismo riecheggia nelle opere di Nietzsche, in relazione ad un tema fondamentale nella sua filosofia che è la morte di dio. In breve, N. conclama la nascita del nichilismo con le famose parole della “Gaia scienza” (1882): “dio è morto e noi l’abbiamo ucciso” volendo con ciò sottolineare il passaggio storico dal cristianesimo medioevale all’Illuminismo, dove non più dio si erge al di sopra di tutto, ma la ragione; e anche se la ragione nella sua massima lucentezza è la nuova immagine di dio in filosofi come Descartes, è compiuta in verità una sostituzione dei valori; non più la fede in dio, ma la fede nella ragione e nella sua espressione massima che è la scienza, assurge a legge suprema.

In questo passaggio si insinua il nichilismo (ospite inquietante, lo definisce N.), prima nella sostituzione al concetto di dio di quello di ragione, poi nel riconoscimento che anche quest’ultimo non è un assoluto, bensì condizionato dalla volontà di potenza dell’uomo, che si erge in N. a supremo principio di azione, come creatrice di valori ai quali la scienza stessa viene ad essere subordinata. Ma chi è il vero nichilista, dice N., io che ho smascherato la volontà di potenza che si nascondeva dietro a falsi idoli, oppure chi ha voluto costruire fondamenti sul nulla? L’accusa si rivolge innanzi tutto,  indietro nel tempo, a Socrate, ideatore della “morale”, poi a Platone, sostenitore del “mondo delle idee”, poi agli ebrei, che per primi hanno posto, nell’iperuranio di Platone, il loro dio. Il cristianesimo ha condotto una grande operazione di sostituzione dei valori, mosso dalla volontà di potenza del popolo ebraico che, debole militarmente, ha cercato la rivincita nei confronti dei dominatori romani, innalzando le sue caratteristiche di debolezza al livello di valori divini e aprendo così le porte alle rivendicazioni delle masse, portate avanti prima dal cristianesimo e in ultimo dal socialismo.

N. sostiene, per converso, che per riportare alla luce la verità, non si tratta di sostituire i valori a fondamento dell’azione, bensì di operare una trasvalutazione dei valori, intendendo con ciò la destituzione del fondamento di assolutezza degli stessi, a prescindere dalla loro individuazione, per riposizionarli nella vita, come relativi e condizionati dalla volontà di potenza. N. dunque mette sotto accusa la metafisica che pone fondamenti assoluti e introduce il relativismo dei valori.

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