enigma

L’Europa tra realismo e utopia

Partiamo da alcuni dati illustrati dal Prof. Emiliano Brancaccio in una conferenza sull’Europa tenutasi il 22/05/14 presso la scuola Normale di Pisa. Intanto, dal 2008 al 2013 il PIL della Germania è cresciuto del 2,9%, quello dell’Italia è diminuito del 7,1%, quello della Spagna del 6,4% e quello della Grecia del 23,2%. Inoltre dal 2009 al 2013 i salari reali in Italia sono calati del 2,2%, in Spagna del 5,4%, in Grecia del 22%. Non ho il dato della Germania, ma anche i salari tedeschi sono diminuiti nonostante la crescita in questo paese. Questa situazione è il frutto di una politica deflazionistica della Germania che, tenendo a freno i prezzi ed i salari all’interno, riesce a far marciare spedita la potente macchina industriale tedesca attraverso le esportazioni nell’area dell’Euro. Il disavanzo commerciale dei paesi più deboli deve essere finanziato attraverso i prestiti dall’estero e perché i capitali stranieri possano affluire è necessario che questi paesi tengano sotto controllo il debito pubblico per non dover ricorrere a tassi di interesse troppo alti. Ciò comporta tagli alla spesa pubblica, peraltro imposti dal famigerato Fiscal Compact che impone annualmente una riduzione di 1/20 del debito pubblico ai paesi aderenti, ovvero 50 mld/anno nel caso dell’Italia. La riduzione continua della spesa pubblica provoca un decremento del reddito nazionale che rende impossibile paradossalmente risanare il debito pubblico, poiché ovviamente si riducono le entrate fiscali. La politica di austerity ha messo in ginocchio i paesi mediterranei dell’Europa, nonostante l’avvertimento di importanti economisti come Paul Krugman e contrariamente alle previsioni (errate!) della Commissione Europea che nel caso della Grecia ha sbagliato le stime di crescita con un margine di errore del 5 – 7%, sottovalutando il moltiplicatore keynesiano, ovvero il coefficiente che moltiplica l’impatto della spesa pubblica sul reddito nazionale.

Questa situazione è divenuta palesemente insostenibile e necessita di una soluzione. L’area dell’ Euro può sopravvivere soltanto se si pongono in essere politiche di solidarietà, quali ad esempio l’istituzione di una Clearing Union sul modello ideato da Keynes, ovvero una camera di compensazione dei conti del commercio internazionale tra i paesi dell’ Euro, che preveda il pagamento di interessi non solo per i paesi a debito, ma anche per quelli il cui credito cresce eccessivamente (la Germania) in modo da incentivare il riequilibrio delle bilance commerciali. Ma questa soluzione, come altre ventilate ultimamente, come la ristrutturazione dei debiti con l’estero tra Stati membri o un piano di investimenti a livello europeo finanziati da eurobond, potrebbe funzionare soltanto se ci fosse un accordo politico che non sembra affatto esserci. La Germania non abdicherà alla sua volontà di potenza e gli altri paesi, divisi e soggiogati, non sono in grado di imporre nulla. La Francia non è stata capace o non ha voluto creare un’asse con gli altri paesi mediterranei. La soluzione più realistica allora sarebbe quella di un’uscita dall’Euro da parte dei singoli paesi che sono in sofferenza? E’ chiaro che questa sarebbe una decisione rischiosa, soprattutto per i risvolti che si possono paventare, come un’alta inflazione per il paese uscente. A questo proposito il prof. Brancaccio ha esaminato in uno studio recentemente pubblicato (Brancaccio-Garbellini 2014) 28 episodi di uscita da aree valutarie dal 1980 al 2013, giungendo alla conclusione che in realtà in questi casi l’inflazione, tranne che in un primo momento, si è assestata su livelli normali. Inoltre Brancaccio asserisce, citando Kaldor (1978), che se le fluttuazioni del cambio sono mitigate dal controllo sui movimenti di capitale e delle merci, si possono limitare gli eventuali danni dallo sganciamento della moneta dall’area valutaria a cambi fissi o moneta unica che sia.

Il panorama prospettato da Brancaccio sarebbe dunque quello di un’Europa che ritorna sui suoi passi con l’attuazione di misure protezionistiche, che, in realtà, nonostante i proclami, sono messe in atto attualmente da diversi Stati, tra cui, guarda caso, dagli Stati Uniti d’America. Questa soluzione resta molto delicata perché necessita di una rinegoziazione dei trattati europei, nell’ambito della quale si dovrebbero tutelare tutti gli strumenti e gli organi di cooperazione che hanno funzionato fino ad oggi nell’Europa Unita. Ma non essendoci attualmente un governo centrale a livello europeo, democraticamente legittimato, sembra impossibile che si possano dare risposte di tipo solidaristico alla crisi in atto, in quanto i singoli governi che decidono congiuntamente le politiche europee rispondono in ultima analisi al proprio elettorato nazionale che non è disposto a sacrifici per salvare i cugini europei in difficoltà.

claudio

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: