enigma

Lineamenti per un’autobiografia (parte II): dove sta l’essenza?

Proseguo il ragionamento del post precedente sull’autobiografia, concentrandomi su ciò che effettivamente rileva nella concezione di un’identità personale, ovvero: dove si trova l’essenza di ciascuno di noi?

Tutto il pensiero moderno, in un modo o nell’altro, fa perno sul cogito ergo sum cartesiano. Cioè l’essenza, secondo Descartes, sta nella razionalità. Un’autobiografia, quindi, dovrebbe indagare il logos, cioè la logicità dell’accaduto, evidenziando eventualmente gli scarti illogici, che potrebbero essere in certi casi ascritti alla patologia se non alla pura follia, o nel migliore dei casi, non considerati. Ma ci sono altre vie d’interpretazione. Per esempio una estremamente originale è quella di Derrida,  che come al solito gioca con la lingua francese ed approfitta della concordanza del verbo essere alla prima persona “je suis” con il verbo seguire (suivre), fino a dire che “io sono” può coincidere con “io seguo” e perciò l'”essere” con il “seguire”, che nell’uomo come nell’animale sessuato, può esprimere un comportamento di caccia, ma anche di seduzione (da L’animal que donc je suis). La vita somiglierebbe dunque ad una “caccia e fuga”, ad una sorta di gioco “a nascondino” o “acchiapparello”, che sono poi i giochi dei nostri “cuccioli” e probabilmente anche dei cuccioli di altre specie animali. “Caccia e fuga” che può diventare anche un gioco del sedurre ed essere sedotto. Un’interessante prospettiva che muta la visione autobiografica rispetto alla precedente.

Un’altra interpretazione assai intrigante può essere mutuata da Albert Camus quando, nell’ “Homme Revolté” (1951), parafrasando Descartes, afferma: “je me révolte donc nous sommes”; cioè egli individua nella rivolta l’affermazione di valori metafisici, l’adesione ai quali contraddistingue l’uomo in quanto membro del genere umano. La rivolta assume dunque in Camus un valore positivo di scelta di certi valori di giustizia in contrapposizione ad una realtà che li nega. Io non mi spingerei così oltre e manterrei il senso della rivolta nel rifiuto di qualcosa, senza necessariamente dedurne l’affermazione di alcunché. Il semplice gesto di rivolta, già di per sé, rappresenta un punto fermo, una negazione che mi fa dire: “questo non lo voglio!” Pur non sapendo forse ancora ciò che voglio. Con la rivolta creo un vuoto innanzitutto, mi spingo nella solitudine più assoluta, non mi sento parte del genere umano dunque, ma mi sento “niente” contro “tutto” e così facendo delimito i confini di ciò che sono, come il vuoto della bottiglia configura la bottiglia stessa dal suo interno.

claudio

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