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Lineamenti per un’ autobiografia (parte I): metodologia

Chi di noi non ha mai pensato o desiderato nella vita scrivere la propria autobiografia? Naturalmente sarebbe impossibile scrivere tutto ciò che è accaduto, anche se ci fosse una telecamera a riprenderci secondo per secondo (ho saputo di qualcosa di simile sul web, di qualcuno che lo aveva fatto per un periodo) perché dovendo poi trascrivere, un’interpretazione è sempre dovuta. Ciò dunque renderebbe comunque misterioso il contenuto dell’autobiografia: come diceva Calvino: “ogni  linea presuppone una penna che la traccia, e ogni penna presuppone una mano che la impugna. Che cosa ci sia dietro la mano, è questione controversa”.

Appunto. Chi scrive deve operare delle scelte: intanto, quali eventi raccontare e come collegarli tra loro? Sicuramente la riflessione parte dall’attualità. Chi sono io adesso? E da qui via a ritroso. A questo punto diciamo che si possono seguire due scuole di pensiero: quella scientifico-psicologica e quella filosofico-ermeneutica. Secondo la prima si tenta di ricostruire la catena di eventi che, secondo nessi causali, ci porta alla situazione presente. In base alla seconda si valuta il passato con l’occhio del presente, attribuendo significati nuovi ed inauditi.

A mio avviso, il determinismo scientifico mal si adatta al tema autobiografico. Il risultato, in questo caso, consiste o in una di condanna che ti inchioda, o in un’apologia che ti glorifica, in base alle proprie fortune ed al riflesso che ne proietta l’entourage sociale. Mi sovviene a tal proposito l’analisi che Michel Foucault fa della giustizia penale e del sistema carcerario in “Surveiller et punir” (1975), quando dice che volutamente si fabbrica la figura del “delinquente” per qualcuno, a partire dalla sua sentenza di condanna, ma scavandone poi nel passato alla ricerca di tutti gli indizi che ne possono aver provocato una tale personalità malefica (operazione svolta soltanto su certi tipi sociali e non su altri, che pur essendo oggetto di condanne, non vengono considerati “delinquenti”, e si pensi, tanto per dire, al reato di evasione fiscale tanto diffuso anche oggi  in Italia, di contro a reati quali il piccolo spaccio di droga ecc.). Quindi si è “delinquenti” non tanto per aver commesso un reato, quanto perché si intravede nella propria storia una serie di nessi causali che necessariamente avrebbero dovuto portare, prima o poi, a una tale conclusione. Allo stesso modo si può essere “uomini di successo”,  e così via…

In un’autobiografia ermeneutica si colgono invece le molteplici sfaccettature, dando maggior valore a quelle che si legano tra di loro con maggior coerenza e che così partecipano alla costruzione dell’identità personale. Il processo in questo caso è continuo perché ogni evento ulteriore spariglia nuovamente le carte rimettendo tutto in gioco alla ricerca di nuovi equilibri dinamici fino all’evento finale ed allo stesso tempo definitivo della morte dell’individuo. Solo a quel punto si potrà scrivere una biografia compiuta (ahimè non più autobiografia). Il riferimento teorico è allo storicismo di Dilthey, secondo il quale bisogna calarsi, per analizzare un evento passato, nella dimensione psicologica personale del tempo, ma come aggiungerà poi Heidegger, fondatore dell’ermeneutica (v. par. 32 “Essere e Tempo” -1929), con la particolare attitudine di una certa pre-comprensione dovuta all’ esser-gettato in un mondo, cioè con una consapevolezza del tutto singolare, dovuta alla propria origine e alla propria esperienza. In tal modo presente e passato si fondono nel circolo ermeneutico, grazie allo scambio biunivoco di linfa vitale, nel senso che il presente serve all’interpretazione del passato, che a sua volta serve all’interpretazione del presente e così via.

La differenza decisiva tra i due metodi in questione, è che in quello scientifico si delinea una necessità nell’autobiografia, che va a condizionare, se non proprio determinare il proprio futuro, mentre in quello ermeneutico si afferma una visione aperta a sempre nuove interpretazioni, lasciando piena libertà al soggetto agente di andare incontro al proprio destino, inteso qua, non come percorso predeterminato, ma, in senso nicciano, come intreccio di casualità e azione, che diviene necessario soltanto a posteriori.

claudio

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