enigma

Archivi per il mese di “aprile, 2014”

La prescelta

Lei

che ti dona,

una goccia di cielo.

 

claudio

Lineamenti per un’autobiografia (parte III): pour être, une fois, au monde, il faut à jamais ne plus être (Camus)

La contradiction est celle-ci: l’homme refuse le monde tel qu’il est, sans accepter de lui échapper. En fait, les hommes tiennent au monde et, dans leur immense majorité, ils ne desirent pas le quitter. Loin de vouloir toujours l’oublier, ils souffrent au contraire de ne point le posséder assez, étranges citoyens du monde, exilés dans leur propre patrie. Sauf aux instants fulgurants de la plénitude, toute realité est pour eux inachevée. Leurs actes leurs échappent dans d’autres actes, reviennent les juger sous des visages inattendus, fuient comme l’eau de Tantale vers une embouchure encore ignorée. Connaître l’embouchure, dominer le cours du fleuve, saisir enfin la vie comme destin, voilà leur vraie nostalgie, au plus épais de leur patrie. Mais cette vision qui, dans la connaissance au moin, les réconcilierait enfin avec eux- même, ne peut apparaître, si elle apparaît, qu’à ce moment fugitif qu’est la mort: tout s’y achève. Pour être, une fois, au monde, il faut à jamais ne plus être.

“La contraddizione è questa: l’uomo rifiuta il mondo tale e quale, senza però accettare di sfuggirgli. Infatti, gli uomini tengono al mondo e, in larga maggioranza, non desiderano lasciarlo. Lungi dal volerlo dimenticare, soffrono al contrario di non possederlo abbastanza, strani cittadini del mondo, esiliati in patria. Eccetto che nei folgoranti istanti della pienezza, la realtà resta per essi sfuggente. Le loro azioni scorrono in altre azioni, tornano a giudicarli con volti inattesi, sfuggono come l’acqua di Tantalo verso uno sbocco sconosciuto. Conoscere lo sbocco, dominare il corso delle acque, afferrare infine la vita come destino, ecco la loro vera nostalgia. Ma questa visione che, almeno per conoscenza, li riconcilierebbe infine con loro stessi, non può apparire, nel caso che appaia, che nell’attimo fuggitivo della morte: tutto qui si raggiunge. Per essere, una volta, al mondo, bisogna non esserci più.”

(Albert Camus, da L’homme révolté, trad. mia)

Lineamenti per un’autobiografia (parte II): dove sta l’essenza?

Proseguo il ragionamento del post precedente sull’autobiografia, concentrandomi su ciò che effettivamente rileva nella concezione di un’identità personale, ovvero: dove si trova l’essenza di ciascuno di noi?

Tutto il pensiero moderno, in un modo o nell’altro, fa perno sul cogito ergo sum cartesiano. Cioè l’essenza, secondo Descartes, sta nella razionalità. Un’autobiografia, quindi, dovrebbe indagare il logos, cioè la logicità dell’accaduto, evidenziando eventualmente gli scarti illogici, che potrebbero essere in certi casi ascritti alla patologia se non alla pura follia, o nel migliore dei casi, non considerati. Ma ci sono altre vie d’interpretazione. Per esempio una estremamente originale è quella di Derrida,  che come al solito gioca con la lingua francese ed approfitta della concordanza del verbo essere alla prima persona “je suis” con il verbo seguire (suivre), fino a dire che “io sono” può coincidere con “io seguo” e perciò l'”essere” con il “seguire”, che nell’uomo come nell’animale sessuato, può esprimere un comportamento di caccia, ma anche di seduzione (da L’animal que donc je suis). La vita somiglierebbe dunque ad una “caccia e fuga”, ad una sorta di gioco “a nascondino” o “acchiapparello”, che sono poi i giochi dei nostri “cuccioli” e probabilmente anche dei cuccioli di altre specie animali. “Caccia e fuga” che può diventare anche un gioco del sedurre ed essere sedotto. Un’interessante prospettiva che muta la visione autobiografica rispetto alla precedente.

Un’altra interpretazione assai intrigante può essere mutuata da Albert Camus quando, nell’ “Homme Revolté” (1951), parafrasando Descartes, afferma: “je me révolte donc nous sommes”; cioè egli individua nella rivolta l’affermazione di valori metafisici, l’adesione ai quali contraddistingue l’uomo in quanto membro del genere umano. La rivolta assume dunque in Camus un valore positivo di scelta di certi valori di giustizia in contrapposizione ad una realtà che li nega. Io non mi spingerei così oltre e manterrei il senso della rivolta nel rifiuto di qualcosa, senza necessariamente dedurne l’affermazione di alcunché. Il semplice gesto di rivolta, già di per sé, rappresenta un punto fermo, una negazione che mi fa dire: “questo non lo voglio!” Pur non sapendo forse ancora ciò che voglio. Con la rivolta creo un vuoto innanzitutto, mi spingo nella solitudine più assoluta, non mi sento parte del genere umano dunque, ma mi sento “niente” contro “tutto” e così facendo delimito i confini di ciò che sono, come il vuoto della bottiglia configura la bottiglia stessa dal suo interno.

claudio

Lineamenti per un’ autobiografia (parte I): metodologia

Chi di noi non ha mai pensato o desiderato nella vita scrivere la propria autobiografia? Naturalmente sarebbe impossibile scrivere tutto ciò che è accaduto, anche se ci fosse una telecamera a riprenderci secondo per secondo (ho saputo di qualcosa di simile sul web, di qualcuno che lo aveva fatto per un periodo) perché dovendo poi trascrivere, un’interpretazione è sempre dovuta. Ciò dunque renderebbe comunque misterioso il contenuto dell’autobiografia: come diceva Calvino: “ogni  linea presuppone una penna che la traccia, e ogni penna presuppone una mano che la impugna. Che cosa ci sia dietro la mano, è questione controversa”.

Appunto. Chi scrive deve operare delle scelte: intanto, quali eventi raccontare e come collegarli tra loro? Sicuramente la riflessione parte dall’attualità. Chi sono io adesso? E da qui via a ritroso. A questo punto diciamo che si possono seguire due scuole di pensiero: quella scientifico-psicologica e quella filosofico-ermeneutica. Secondo la prima si tenta di ricostruire la catena di eventi che, secondo nessi causali, ci porta alla situazione presente. In base alla seconda si valuta il passato con l’occhio del presente, attribuendo significati nuovi ed inauditi.

A mio avviso, il determinismo scientifico mal si adatta al tema autobiografico. Il risultato, in questo caso, consiste o in una di condanna che ti inchioda, o in un’apologia che ti glorifica, in base alle proprie fortune ed al riflesso che ne proietta l’entourage sociale. Mi sovviene a tal proposito l’analisi che Michel Foucault fa della giustizia penale e del sistema carcerario in “Surveiller et punir” (1975), quando dice che volutamente si fabbrica la figura del “delinquente” per qualcuno, a partire dalla sua sentenza di condanna, ma scavandone poi nel passato alla ricerca di tutti gli indizi che ne possono aver provocato una tale personalità malefica (operazione svolta soltanto su certi tipi sociali e non su altri, che pur essendo oggetto di condanne, non vengono considerati “delinquenti”, e si pensi, tanto per dire, al reato di evasione fiscale tanto diffuso anche oggi  in Italia, di contro a reati quali il piccolo spaccio di droga ecc.). Quindi si è “delinquenti” non tanto per aver commesso un reato, quanto perché si intravede nella propria storia una serie di nessi causali che necessariamente avrebbero dovuto portare, prima o poi, a una tale conclusione. Allo stesso modo si può essere “uomini di successo”,  e così via…

In un’autobiografia ermeneutica si colgono invece le molteplici sfaccettature, dando maggior valore a quelle che si legano tra di loro con maggior coerenza e che così partecipano alla costruzione dell’identità personale. Il processo in questo caso è continuo perché ogni evento ulteriore spariglia nuovamente le carte rimettendo tutto in gioco alla ricerca di nuovi equilibri dinamici fino all’evento finale ed allo stesso tempo definitivo della morte dell’individuo. Solo a quel punto si potrà scrivere una biografia compiuta (ahimè non più autobiografia). Il riferimento teorico è allo storicismo di Dilthey, secondo il quale bisogna calarsi, per analizzare un evento passato, nella dimensione psicologica personale del tempo, ma come aggiungerà poi Heidegger, fondatore dell’ermeneutica (v. par. 32 “Essere e Tempo” -1929), con la particolare attitudine di una certa pre-comprensione dovuta all’ esser-gettato in un mondo, cioè con una consapevolezza del tutto singolare, dovuta alla propria origine e alla propria esperienza. In tal modo presente e passato si fondono nel circolo ermeneutico, grazie allo scambio biunivoco di linfa vitale, nel senso che il presente serve all’interpretazione del passato, che a sua volta serve all’interpretazione del presente e così via.

La differenza decisiva tra i due metodi in questione, è che in quello scientifico si delinea una necessità nell’autobiografia, che va a condizionare, se non proprio determinare il proprio futuro, mentre in quello ermeneutico si afferma una visione aperta a sempre nuove interpretazioni, lasciando piena libertà al soggetto agente di andare incontro al proprio destino, inteso qua, non come percorso predeterminato, ma, in senso nicciano, come intreccio di casualità e azione, che diviene necessario soltanto a posteriori.

claudio

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