enigma

Gli animali nella tradizione filosofica cartesiana (da “L’animal que donc je suis” J. Derrida, Galilée 2006)

 In una conferenza tenuta nel 1997, Derrida approccia il tema del rapporto tra uomo e animale nella tradizione filosofica occidentale che si inscrive tutta nel pensiero cartesiano. Mi pare interessante però partire da tre punti focali su cui articolare il discorso. Derrida ci ricorda i tre traumi che colpiscono l’uomo: il primo dovuto a Copernico (la terra non è al centro dell’universo), il secondo a Darwin (l’uomo discende dalla scimmia), il terzo a Freud (centralità dell’inconscio rispetto alla razionalità). Tratterò qua i primi due punti, lasciando il terzo ad un successivo post.

Dunque, sapendo di non essere più al centro dell’universo, l’uomo si affretta ad affermare un antropocentrismo filosofico. Col cogito ergo sum di Cartesio si pone al centro del mondo come soggetto cosciente, che grazie al pensiero, alla razionalità quindi, può affermare di essere. L’animale secondo Cartesio manca di questa caratteristica, pertanto è considerato inferiore, una semplice “macchina”, che l’uomo stesso saprebbe costruire, in quanto capace soltanto di mere reazioni e non di risposte, che invece caratterizzano l’uomo in quanto responsabile e libero di scegliere. Questa visione si protrae in Kant e persino in Heidegger, il quale considera l’animale “povero di mondo”, ovvero incapace di considerare le cose del mondo “in quanto tali”, ma soltanto in relazione alle proprie strategie di sopravvivenza. L’uomo invece, secondo Heidegger, in quanto Dasein (che esiste e non si limita a vivere come l’animale, che muore e non si limita a crepare come l’animale, cioè che ha coscienza della propria morte), riesce a intendere le cose del mondo oggettivamente, astraendo dalla propria esistenza.

Naturalmente Derrida riconosce le differenze tra uomo e animale, prima tra tutte che l’uomo è dotato di logosma, come sempre ama fare nell’opera di decostruzione  a cui dedica la sua vita di studioso, va a colpire quelle argomentazioni dogmatiche su cui si impianta la nostra cultura in maniera spesso acritica. Intanto, per quanto riguarda il cogito ergo sum, per cui Cartesio può dire nelle Méditations:”il pensiero è un attributo che mi appartiene: è il solo che non può essere staccato da me, io sono, io esisto: questo è certo: ma per quanto tempo? Per tutto il tempo che penso.” (trad. pag. 104), Derrida introduce, come suo solito, un interessante doppio senso che la lingua francese permette: je suis come prima persona di être, ma anche di suivre, quindi “essere” nel senso di seguire, essere seguiti, quello che l’animale fa  nella sua attività di caccia, oppure come preda in fuga, oppure nella seduzione dell’altro sesso. In fine una nuova interpretazione di essere non più come razionalità, ma come seduzione, di cui sono ben capaci almeno gli animali che si riproducono tramite accoppiamento sessuale, ecco che diviene necessario innanzi tutto distinguere tra animale e animale, per cui Derrida conia un termine apposito: l’animot, per indicare che quando diciamo L’animale, questa non è che una parola (mot) che si riferisce a diverse specie meritevoli di considerazione separatamente le une dalle altre. In questa nuova e rivoluzionaria prospettiva dell’ essere, diviene problematico stabilire se uomini e animali hanno facoltà di domanda e di risposta (nel senso già ricordato) oppure soltanto di stimolo e reazione.

In merito a Heidegger, Derrida chiama in causa Nietzsche, il quale irrompe nella storia del pensiero come un martello per spaccare le incrostazioni della metafisica. Eppure Heidegger (queste divagazioni sono mie) aveva accusato Nietzsche di essere l’ultimo dei metafisici, avendo elevato il concetto della volontà di potenza a principio vitale della storia, ma Derrida ne recupera l’impostazione darwiniana (abbiamo già detto che le teorie evoluzioniste di Darwin rappresentano un trauma – il secondo – per il genere umano) per contestare le assunzioni di Heidegger, di carattere metafisico. Dice Heidegger ne “I concetti fondamentali della metafisica – mondo – finitudine – solitudine”:

“Quando diciamo che la lucertola è allungata sulla roccia, dovremo barrare la parola roccia per indicare che ciò su cui la lucertola è allungatale è certo dato in un modo o in un altro, ma non è riconosciuto come roccia…la barratura significa che la roccia non le è accessibile come essenza…” (trad. p. 216 L’animal que donc je suis)

Ma, dice Derrida, ribaltando la questione, se l’animale non è in grado di conoscere il mondo “in quanto tale”, l’uomo è in grado di farlo? Secondo Nietzsche no, perché l’uomo stesso si comporta come un animale nel perseguimento dei propri scopi e interpreta il mondo di conseguenza (l’analisi del mondo è sempre politica e mai oggettiva). Non esiste dunque il mondo “in quanto tale” neppure per l’uomo.

claudio

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2 pensieri su “Gli animali nella tradizione filosofica cartesiana (da “L’animal que donc je suis” J. Derrida, Galilée 2006)

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