enigma

Archivi per il mese di “novembre, 2013”

La trappola della liquidità

Dobbiamo questo concetto della “trappola della liquidità” a J. M. Keynes che aveva studiato da vicino la crisi del ’29 e successivi anni ’30 fino a strutturare una teoria nell’opera “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” (1936). Keynes sosteneva che la politica monetaria espansiva è insufficiente in alcuni casi a far ripartire il motore dell’economia in caso di crisi. Le politiche monetarie espansive infatti sono contemplate anche dalla teoria classica ed utilizzate dalle Banche Centrali prima che si affermasse la teoria keynesiana, ma la vera novità sta nell’aver indicato nella spesa pubblica la leva per far ripartire la domanda interna e di conseguenza la produzione di reddito. Può succedere infatti che il tasso di sconto della Banca centrale sia ridotto a tal punto che gli operatori trattengano moneta a scopo speculativo in attesa di rendimenti maggiori, qualora gli investimenti privati non siano considerati abbastanza redditizi a causa delle attese soggettive scoraggianti. E’ questo il caso della situazione europea attuale, in cui vediamo la BCE abbassare il costo del denaro drasticamente ad un valore prossimo allo zero, mentre i tassi di interesse non scendono e gli investimenti non ripartono (come interessante integrazione v. la teoria della moneta endogena). E’ evidente che ormai questa misura è nettamente insufficiente in una situazione in cui i consumi sono fermi e gli investimenti privati pure, mentre quelli pubblici sono bloccati dal patto di stabilità.

claudio

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La perfezione del cerchio

Nella tradizione occidentale, la linea è la forma geometrica più usata per la spiegazione dei fenomeni, mi riferisco in particolare al tempo, mentre in quella orientale è il cerchio, che si riaffaccia però nella nostra cultura, anche se da una porta secondaria.

Vorrei partire da un aneddoto che ha colpito molti di noi fin dai tempi della scuola, ovvero quello dei paradossi di Zenone. Zenone di Elea (V° sec. A.C.), era un discepolo di Parmenide, il “filosofo dell’essere”, il quale per primo introdusse il concetto di apparenza come manifestazione di fenomeni nascondente la realtà dell’essere, tra i quali il tempo.  Per esempio Parmenide negava la realtà del movimento, ascrivendola al regno dell’apparenza, proprio perché il movimento, in quanto divenire, presuppone una negazione di ciò che era prima (qualsiasi cosa in movimento prima è in una data posizione, poi non lo è più, quindi si avrebbe una negazione dell’essere). Zenone, con il “paradosso di Achille e la tartaruga”, per corroborare le tesi del maestro, dimostra che Achille “piè veloce” non sarebbe in grado di raggiungere la tartaruga che lo precede. Infatti, partendo egli dal punto A per arrivare al punto B, dovrebbe passare da un punto C mediano e per passare da C a B, da un punto D ancora mediano e così via all’infinito senza perciò raggiungere mai la tartaruga. Questo “rompicapo” è stato risolto dalla scienza per mezzo del concetto di approssimazione per quanto riguarda la fisica newtoniana e da quello di indeterminazione per quanto riguarda la fisica quantistica, nonché dalle serie geometriche e dal concetto di limite in matematica. Lasciando da parte la matematica, che è scienza strumentale e astratta, per quanto riguarda la fisica, quanto detto significa che per misurazioni “normali” ci accontentiamo sempre di approssimare, quindi Achille ad un certo punto della corsa sarà così vicino alla tartaruga che possiamo dire che l’abbia raggiunta per approssimazione, per misurazioni infinitamente piccole (e infinitamente piccolo diventa a un certo punto lo scarto tra Achille e la tartaruga), vale il principio di indeterminazione di Heisemberg, per cui la misurazione è probabilistica e dunque non certa.

Nell’ottica Parmenidea Achille è fermo nel punto A, la tartaruga nel punto B, entrambi rappresentano due essenze separate da un vuoto incolmabile, il non-essere o nulla, perciò il fatto che Achille possa raggiungere la tartaruga è apparenza, come sembrerebbe dimostrare Zenone e come anche la scienza non pare del tutto confutare. A questo punto mi sovvengono dei versetti di Lao-Tze (dal Tao-Te-Ching, testo risalente al VI° sec. a.c): “Trenta raggi convergono nel mozzo ma sta nel mozzo l’uso del carro. Di argilla si foggiano i vasi ma l’uso del vaso è nel suo vuoto. Mura, porte e finestre formano una casa, ma l’uso della casa è nel suo vuoto. Perciò dall’essere viene il possesso. Nel non-essere sta l’essenza” (Tao-Te-Ching, 11) e :”Il ritorno è il motivo del Tao, ripiegamento è il procedere del Tao, ogni cosa nel mondo ebbe origine dall’Essere e l’Essere ebbe origine dal Non-Essere” (Tao-Te-Ching, 43). Nella antica saggezza orientale è in questo movimento circolare, che procede dal nulla all’essere e viceversa, che si da comprensione degli eventi, mentre la logica lineare crea dei limiti contro i quali ci imbattiamo continuamente. Ad esempio, quando pensiamo che l’universo nasca dal Big-bang, ci domandiamo, senza risposta, cosa ci fosse prima, ma non è forse che il concetto di prima e dopo in senso lineare è fuorviante?

In realtà la concezione lineare del tempo risale alla Bibbia ed alla tradizione ebraico-cristiana, laddove si concepisce una creazione all’origine del mondo e si contempla una visione teleologica della storia, poi ripresa dalla scienza in cammino verso il progresso. Gli antichi greci (salvo il caso particolare di Parmenide) ed anche i romani, avevano una concezione ciclica del tempo, che ben interpretava Eraclito (VI° – V° sec. a.c.) con la sua filosofia del divenire: “dalla guerra degli opposti sorge ogni divenire”, dice il grande pensatore, quindi in questa continua dialettica essere-non essere si svolgono i destini del mondo nel circolo dell “eterno ritorno dell’uguale” che Nietzsche reintroduce nel pensiero occidentale riagganciandosi all’antica saggezza di Eraclito e dei filosofi presocratici. Si ispira a questa concezione anche Heidegger, che fa coincidere l’essere dell’uomo con la sua temporalità che origina dal nulla e a questo ritorna. Concludo con questi pochi versi espressione dell’antica saggezza induista: “Egli è ciò per cui tutto è manifestato, ma egli stesso non è manifestato da nulla. Egli è Brahman, da cui tutte le cose sono illuminate, la cui luce fa brillare il sole e gli altri corpi luminosi, ma che non è reso manifesto dalla loro luce. L’ignoto per coloro che conoscono è il noto per coloro che non conoscono.” (da Cinque Upanisad, 2000 ed. Asram Vidya, a cura di Raphael, p. 107).

claudio

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