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Che cosa vuol dire seguire la propria coscienza? Papa Francesco e gli esistenzialisti.

Nella lettera che papa Francesco scrive a Eugenio Scalfari, in risposta ad alcune questioni sulla religione cattolica, pubblicata in questi giorni sul quotidiano La Repubblica, egli affronta, tra l’altro, il tema del peccato. In particolare il papa si addentra nel “dialogo” con i non credenti, di cui Scalfari è esponente, dicendo che questi non commettono peccato per il non credere, ma soltanto qualora agiscano non ascoltando la propria coscienza. Può essere che il papa cerchi di ricreare un’orbita di laicità gravitante attorno alla chiesa di Roma, garantendo il perdono divino a chi non crede o non si pone il problema di dio, ma facendo passare tutto il sistema di regole morali del cattolicesimo, come risultato surrettizio dell’intera operazione? Cioè dire che si pecca non ascoltando la propria coscienza lascia aperta tutta la problematica su cosa sia la coscienza e sul significato del vivere secondo coscienza. Il che non è poco. Perché se vivere secondo coscienza vuol dire rispettare i precetti morali socialmente riconosciuti, la battaglia della chiesa con i non credenti si sposta semplicemente su un diverso campo di battaglia, su un livello meno teologico ma più sostanziale dove il clero è agguerritissimo nel promuovere e sostenere le proprie leggi morali. E’ necessario dunque difendere l’autonomia dei punti di vista nell’interpretazione del vivere secondo coscienza, dato che su questo piano la chiesa sta lavorando per la conquista dell’intero mondo laico.

A tal proposito è importante citare la voce di pensatori indipendenti capaci di affrontare la questione della morale anche in assenza di dio. In particolare ritengo interessante la visione dei filosofi atei esistenzialisti Martin Heidegger (che però rifiutava l’etichetta di esistenzialista) e Paul Sartre, che pur nella loro diversità, confluiscono sul concetto di autenticità come pilastro del vivere morale. Innanzi tutto vediamo che cosa intendono loro per coscienza. Heidegger individua la coscienza nel richiamo nell’uomo alla possibilità che gli è più propria, ovvero quella della propria morte. Per Sartre coscienza (il per-sé) è la modalità dell’uomo che si progetta e che nel presente non è, ma ha da essere, quindi è un niente dal quale scaturisce la libertà umana. Per Heidegger la coscienza richiama l’uomo dal vivere inautentico del Si, ovvero del “Si fa”, “Si dice” ecc., degli schemi sociali comunemente adottati nell’ottica di una concezione lineare del tempo, eterna, dove la morte rappresenta un puro accadimento, un incidente, al vivere autentico, in cui l’uomo sceglie la possibilità che gli è più propria della propria morte, intendendo con ciò, non che l’uomo autentico vive pensando al fatto della propria morte, bensì alla sua condizione di essere finito. Per Sartre l’autenticità consiste nell’abbandono della cattiva fede che comunemente pervade le coscienze. Questa consiste nel credere per la coscienza di essere, quando invece non è, ma ha da essere. Cioè, in altre parole, l’essenza, ovvero l’identità dell’uomo, si costruisce man mano che questi opera delle scelte e non è in alcun modo preesistente a queste. L’uomo in cattiva fede giustifica il proprio operato come conseguenza di un’identità già formata per discendenza sociale, biologica o culturale, quando invece la sua libertà sarebbe tale da renderlo capace di qualsiasi gesto, fosse anche quello, in ultima analisi, del suicidio.

Quindi, seppur in maniera diversa, sia Heidegger che Sartre hanno una concezione molto intima all’uomo della sua autenticità, che dipende da un contatto diretto con il nulla che sta alla base di esso. Questo contatto è testimoniato dal sentimento dell’angoscia, che per Heidegger è il riconoscimento del niente da cui proveniamo ed a cui siamo destinati e per Sartre è la vertigine che la coscienza prova di fronte alla sua assoluta libertà, che scaturisce dal niente che ne è fondamento. Inautentica è quindi la coscienza che si avvale di una morale precostituita, come quella della chiesa, in quanto eterogenea. Ecco la differenza incolmabile, il salto, tra l’ateo ed il credente.

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5 pensieri su “Che cosa vuol dire seguire la propria coscienza? Papa Francesco e gli esistenzialisti.

  1. E se, semplicemente, non ci fosse più alcuna battaglia fra la Chiesa e gli altri? Mi sembra che il nuovo Papa stia andando proprio in questa direzione: convivenza e rispetto reciproco…

    • Innanzi tutto ti ringrazio di aver letto e commentato.
      Purtroppo la vocazione ecumenica della Chiesa non va in questa direzione. Anche il buonismo di papa Francesco lo trovo fin troppo stucchevole quanto ipocrita. Cosa vuol dire per esempio che la Chiesa deve accogliere tutti compresi gli omosessuali e i separati/divorziati in quanto peccatori (mi sembra questo il concetto espresso dal papa)? Non vuol dire forse guardarli dall’alto verso il basso, considerarli delle pecorelle smarrite da riportare nell’ovile? Come ci può essere in questo modo convivenza e rispetto reciproco?

  2. Non condivido, però, la conclusione del post: incolmabile differenza fra ateo e credente? Passa da me.. proprio oggi ho provato a dimostrare l’esatto contrario 😉

    • Ho letto volentieri il tuo articolo, ma non mi pare che la differenza tra atei e credenti sia il fatto che gli uni sono più pratici e gli altri più spirituali. Probabilmente gli agnostici sono dei pratici, in quanto non si pongono il problema di dio, ma gli atei se lo pongono e come! Esistono fior fiore di filosofi atei che si occupano della ricerca dell’assoluto, è riduttivo considerare l’ateo colui che si rifà soltanto alla realtà dimostrabile scientificamente. Il fatto che non ci possa essere comunanza tra atei e credenti dipende dal fatto che questi ultimi sono integralisti per definizione, almeno in ambito morale. Ovviamente è auspicabile il dialogo in ambito civile, come dovrebbe avvenire in ogni stato laico, ma in Italia questo dialogo è viziato dalla presenza e dal potere del Vaticano: perché per esempio ci sono i crocifissi nelle scuole?

      • L’ateo si pone, non c’è dubbio, il problema di Dio, ma conclude che non esiste perchè indimostrabile: la sua logica, la sua visione della realtà, si fondano cioè solo su quanto è scientificamente dimostrabile.
        Trovo estremista, generizzante, poi, la tua affermazione che i credenti siano integralisti per definizione: ce ne sono, è indubbio, come ci sono molti atei che lo sono allo stesso modo nel loro ateismo… ma credere ed essere integralista non sono due cose imprescindibili!

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