enigma

Il sentimento dell’ angoscia nel pensiero esistenzialista ed in quello naturalista

Il sentimento dell’angoscia ha assunto rilevanza filosofica nel XIX° sec. con Kierkegaard, il pensatore danese reputato il padre dell’esistenzialismo. Egli lo considerava come quell’atteggiamento dello spirito dell’uomo di fronte alle possibilità di scelta, quindi di fronte alla stessa libertà. Per K. l’uomo si crea il suo cammino scegliendo tra le innumerevoli possibilità che gli si presentano e che in ultimo si concentrano sull’aver fede o non averne, mentre l’angoscia rappresenta il segnale della consapevolezza che in fondo a tutte le scelte c’è appunto la fede. Analoga interpretazione quella di Heidegger, che nella sua opera principale “Essere e tempo” (1927), individua nell’angoscia il sentimento che rende l’uomo consapevole del nulla, da cui esso proviene ed a cui è destinato, in modo da spingerlo, come per K. verso la fede, nella direzione di una vita autentica (come approfondisco qua). Successivamente Sartre, nell’ opera “L’ essere e il nulla” (1943), raccorda le due posizioni affermando che l’angoscia è il sentimento del nulla, che si cela in ogni azione umana proprio in quanto libera, quindi non predeterminata e così divisa dalla precedente e dalla successiva appunto da un niente, che a pieno titolo diviene il germe della libertà dell’uomo.

Nella visione esistenzialista, quindi l’angoscia è legata indissolubilmente alla libertà e d’altra parte alla presenza di dio per i filosofi cristiani oppure del nulla per quelli atei. Ma c’è un’altra affascinante concezione dell’angoscia propria della letteratura naturalista di fine XIX° sec. e segnatamente dei romanzi di Zola. Prendo ad esempio “La bestia umana” (1890), dove appare il tema della “fêlure”. Così si apre la prefazione di Deleuze apparsa nell’edizione De Minuit del 1969: “E’ ne La bestia umana che apparì il celebre testo: – La famiglia non era del tutto sana, molti avevano una fêlure. Lui, a certe ore, la sentiva bene, questa fêlure ereditaria; non che fosse di cattiva salute, che l’apprensione e la vergogna delle sue crisi l’avevano soltanto smagrito in certe occasioni; ma c’erano, nel suo essere, delle improvvise perdite di equilibrio, come delle rotture, dei buchi attraverso i quali il suo sè stesso gli scappava, nel mezzo di un gran fumo che deformava tutto…” (trad. mia).

La fêlure è una fenditura, un vuoto nella persona, per Z. di origine ereditaria nel protagonista del romanzo Jacques Lantier, che nel suo caso veniva riempito da una furia omicida, mentre nel caso di altri personaggi, da istinti degeneri tipici delle classi povere di quel tempo, come l’alcolismo. L’angoscia, nel romanzo, attanaglia continuamente Lantier, non come percezione della libertà, bensì come percezione del determinismo della fêlure e dei pericolosi istinti che ne seguono. Ma l’analogia con gli esistenzialisti resta, infatti la  fêlure come dicevamo è un vuoto, un niente che però anziché generare la libertà, risucchia l’uomo nel vortice del vizio e degli istinti di distruzione e di morte, come se la libertà venisse spazzata via da qualcosa di più forte, che per Z. è come una patologia ereditaria, in conformità con le dottrine mediche del tempo, ma che può essere ermeneuticizzato come un niente più “fisico”, distruttivo, al pari di un buco nero che ingurgita tutto.

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