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I paradossi della scienza e il misticismo

Si potrebbe dire che la filosofia, dal greco philèin (amare) e sophìa (sapienza), “amore per la sapienza”, a partire dal XVII° secolo divenga amore per la scienza. Infatti, mentre nell’ antica Grecia è la filosofia a portarsi in grembo la scienza, grazie a filosofi “scienziati” come Pitagora, Aristotele, Euclide, finché questa non viene alla luce grazie al metodo sperimentale inaugurato da Galileo, con Cartesio la scienza assume un’importanza straordinaria fino a coincidere con lo stesso concetto di sapienza, tanto da assumere i caratteri della divinità (e viceversa). Alla fine del XIX° secolo questa tendenza si estremizza nella corrente di pensiero positivista, che estende il metodo scientifico anche agli studi umanistici.

Ma ad inizio del novecento con la teoria della relatività speciale (1905) e generale (1916) di Einstein ed il principio di indeterminazione di Heisemberg (1927), la scienza entra in crisi. La teoria della relatività speciale (spiegata con estrema chiarezza da Piergiorgio Odifreddi qua)  prende avvio da un esperimento immaginario di Einstein: se  un uomo è fermo sulla banchina della stazione, mentre un altro uomo si trova sul treno che passa provenendo da un punto A e si dirige verso un punto B a velocità costante ed in quel momento due fulmini colpiscono i due punti, l’uomo fermo sulla banchina percepirà i fulmini come istantanei, mentre il viaggiatore vedrà prima quello scagliato sul punto B di quello sul punto A in quanto la luce del primo fulmine lo raggiungerà prima di quella del secondo (considerando la velocità della luce una costante – misurata in 300.000 Km/sec.) dato che egli si sta dirigendo nella direzione proprio del punto B. Questo significa che il concetto di “istantaneità” non esiste in assoluto, bensì è relativo. Ciò porta ad innumerevoli conseguenze, pensiamo al fatto che l’uomo sulla banchina, se potesse vedere le lancette dell’orologio dell’uomo sul treno, vedrebbe “in ritardo” lo scattare da un minuto all’altro, perché l’immagine della lancetta impiegherebbe sempre più tempo ad arrivare agli occhi dell’uomo fermo, dato che il treno si sta allontanando. Questo è il fenomeno della “dilazione” del tempo, che ha  ispirato il “paradosso dei gemelli”: se un gemello partisse per un viaggio nello spazio ad altissima velocità e tornasse dopo alcuni anni sulla terra, il fratello lo vedrebbe al ritorno più giovane di lui, perché il tempo sarebbe trascorso più lentamente per il gemello in viaggio nello spazio. Il fenomeno incide anche sulla conformazione dello spazio, perchè l’uomo sulla banchina, per gli stessi motivi già detti, percepirebbe ad esempio un regolo di un metro che fosse sul treno in marcia, di una misura inferiore (la velocità rallenta il tempo e riduce lo spazio). Da ciò discende che alla concezione spaziale tridimensionale si deve sostituirne una quadrimensionale dove si aggiunga il tempo,  impossibile per l’uomo da pensare. Ancora più rivoluzionaria la teoria della relatività generale, che porta Einstein ad immaginare lo spazio come ricurvo. Insomma la geometria euclidea viene completamente confutata al di fuori delle normali condizioni  di immobilità o velocità ridotta. Ad inficiare il principio di causalità necessaria della scienza interviene poi il principio di indeterminazione di Heisemberg, secondo cui non si può misurare la posizione esatta di una particella senza interferire sulla sua quantità di moto, rendendone impossibile misurare allo stesso tempo la velocità. viceversa si può misurare la velocità ma in questo caso si perde la posizione esatta della particella. Vale a dire che se si considera la particella un corpuscolo, si perde la sua dimensione di onda elettromagnetica e viceversa (già Einstein aveva dimostrato che la luce può essere studiata sia come fascio di corpuscoli che come insieme di onde, a seconda degli scopi che ci si pone, ma non lo si può fare contemporaneamente con i due metodi).

L’incapacità di penetrare l’ente con esattezza scientifica, ha spinto alcuni scienziati verso la mistica orientale. Ne “Il Tao della fisica” (1975) il fisico Fritjof Capra rintraccia numerose analogie tra risultati scientifici e concezione del mondo delle religioni orientali. Egli dice (cit. pag. 186): “tutti i concetti che usiamo per descrivere la natura sono limitati; non sono aspetti della realtà, come tendiamo a credere, ma creazioni della mente; sono parti della mappa, non del territorio.” Una simile affermazione in realtà è in linea con il pensiero di Immanuel Kant, il quale riteneva che la conoscenza fosse limitata al fenomeno, escludendo quella del noumeno e che fosse resa possibile dai sensi che ci danno la percezione del fenomeno, cioè un imput di dati che poi sono rielaborati dalla ragione per mezzo delle sue categorie (“Critica della ragion pura”, 1781) . In seguito Schopenauer introdusse, per primo nella filosofia occidentale il concetto induista del velo di Maya, che impedisce di vedere oltre, di vedere il mondo nella sua essenza, che per egli era volontà ( “Il mondo come volontà e rappresentazione”, 1818 – 19, secondo volume 1844), mentre per l’induismo è Brahman. Capra dice (cit. ibidem pagg. 219): “lo scopo principale del misticismo orientale è di riuscire a cogliere tutti i fenomeni che avvengono nel mondo come manifestazioni di una stessa realtà ultima. Questa realtà è vista come l’essenza dell’universo, che sta alla base e unifica la moltitudine di cose e di eventi che osserviamo. Gli Indù la chiamano Brahman, i Buddisti Dharmakaya (il corpo dell’essere), o Tathata (essenza assoluta) e i Taoisti Tao; e ciascuno afferma che essa trascende i nostri concetti intellettuali e sfugge a ulteriori descrizioni. E’ peculiare della sua vera natura manifestarsi in innumerevoli forme che nascono e scompaiono, trasformandosi l’una nell’altra in un processo senza fine.” Questo processo dinamico di continua trasformazione è individuato nel karman,  dice Capra (cit. ibidem pag. 221): “Karman significa “azione” e indica l’interrelazione “attiva”, o “dinamica”, di tutti i fenomeni. Per usare le parole della Bhagavad Gita – tutte le azioni si verificano nel tempo per l’intrecciarsi delle forze della natura” (il buddhismo poi ha dato un significato peculiare al karman riferendolo alla interconnesione delle azioni umane). Questa realtà immaginata come “danza cosmica”, dice Capra, si avvicina molto a quanto la fisica moderna è riuscita ad indagare inoltrandosi nel microcosmo ed al pari nel macrocosmo. Tale visione del mondo è ripresa anche de un certo filone di pensiero per così dire “psichedelico”, interpretato dai movimenti “pseudo-sciamanici” degli anni ’60, che ha per manifesto il libro “le porte della percezione” (1954) di Aldous Huxley, in cui l’autore racconta la sua esperienza con la mescalina, asserendo che grazie al suo impiego l’uomo si apre ad una realtà diversa della materia, vista, per tornare al punto, come fluida, dinamica, quindi da esplorare attraverso esperienze “mistiche”.


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