enigma

Nietzsche e la volontà di potenza.

Al concetto di volontà di potenza sono state date molteplici interpretazioni, tra cui quella più in voga almeno fino a qualche tempo fa, strettamente legata al concetto di superuomo e incentrata sull’ idea di pulsione vitale alla base di ogni comportamento umano. Nella trasfigurazione dei valori apertasi dopo la morte di dio, annunciata da N.,  la volontà di potenza sarebbe dunque, secondo quest’interpretazione, la forza rigeneratrice di nuovi valori costitutivi appunto del superuomo. Ad avvalorare questa linea interpretativa contribuì molto anche l’opera postuma “La volontà di potenza” (1906) che la sorella Elisabeth fece pubblicare mettendo assieme degli appunti che aveva raccolto e che presentò come l’opera conclusiva di N. in cui l’autore dava una sistematicità al proprio pensiero. L’opera fu, come sappiamo, tenuta in alta considerazione in periodo nazista, tanto che, sempre secondo l’interpretazione a cui si fa riferimento, il pensiero nicciano fu considerato fonte d’ispirazione per il nazismo.

Grazie poi agli studi di Martin Heidegger prima e dei valenti filologi italiani Giorgio Colli e Mazzino Montinari poi, i quali peraltro crearono la prima edizione critica delle opere di N. edita in Italia (da Adelphi) e all’estero negli anni sessanta e settanta ed intervennero a segnalare la non completa originalità dell’opera “La volontà di potenza”, il pensiero di N. è stato solcato più in profondità. Importanti studiosi del pensiero nicciano in quel periodo sono anche i filosofi francesi Gilles Deleuze e Michel Foucault. A seguito di questi nuovi studi, si delinea un’interpretazione più profonda che dà nuovi sviluppi al pensiero di N.

Vediamo di cosa si tratta prendendo a spunto l’opera di Salvatore Natoli “Ermeneutica e genealogia” (Feltrinelli, 1988) nel capitolo “Nietzsche e la dialettica del tragico“.  Sulla tragedia ho già scritto in un altro post a cui rimando, qua aggiungo che l’importanza di N. sta nell’ aver sancito la fine dei valori immutabili, che vengono affermati a partire da Socrate per essere poi assunti dalla metafisica di Platone, da cui si sviluppa la storia del pensiero occidentale fino a N. La metafisica in Platone è verità in contrapposizione con la mondità fittizia, questa filosofia ha ispirato il cristianesimo, per cui esiste un dio della verità in cielo ed un mondo dell’approssimazione in terra, ha ispirato Hegel per il quale “il reale è razionale”, passando prima per Cartesio (cogito ergo sum) e gli illuministi, fino a fracassarsi nell’ “eresia” di N.

Il pensiero di N. è rivolto ai presocratici, in particolare, oltre che ai poeti tragici Eschilo e Sofocle, al filosofo Eraclito, che riconosce nel divenire l’essenza della realtà (cit. N.,  “La filosofia nell’epoca tragica dei greci”): ” dalla guerra tra gli opposti sorge ogni divenire: le qualità determinate, che ci appaiono durevoli, esprimono soltanto la prevalenza di uno dei combattenti, ma non per questo la guerra finisce: la lotta continua per l’eternità”. Non esiste un essere in sé, ma questo è rappresentato dalla relazione dialettica (in divenire) delle parti in gioco, quindi è essere in potenza, cioè  volontà di potenza.

La volontà di potenza è dunque il principio che muove la dialettica dei valori, i quali rispecchiano diverse prospettive della realtà, che a sua volta manca di verità assoluta; in questo conflitto ermeneutico nascono e muoiono verità relative. Il filologo può quindi affrontare ogni questione attinente ai valori da un punto di vista genealogico, andando a scoprire la genesi di ciò che si indaga, benché altri lo possano ritenere eterno (come N. ha fatto sulla morale). Su di un piano più alto la volontà di potenza è quel principio poi su cui si impernia “l’ eterno gioco di Zeus”, che consente l’alternarsi della distruzione e della creazione dei significati, nel processo infinito dell’ eterno ritorno, concepito come infinito gioco dove tutto ha fine. Secondo questa interpretazione della volontà di potenza, anche il concetto di superuomo cambia, confluendo in quello di oltreuomo, cioè dell’uomo capace di vivere senza certezze eterne, appropriandosi del proprio destino con la gioia di partecipare al gioco dell’ eterno ritorno.

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Un pensiero su “Nietzsche e la volontà di potenza.

  1. Analisi interessante, un bell’articolo che apre ramificazioni. La prospettiva ermeneuticizzante, che mi sembra diluita in questa interpretazione del pensiero nietzschiano, pare tentare in qualche modo di renderlo “umano”, localizzabile in un sistema coerente o in un regime d’ordine, di afferrarlo per la gola e riportarlo dentro al baule delle “cose belle”, alla normatività dei codici e quasi imbarazzata, la prospettiva se ne vergogna. Da questa sensazione.

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