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Archivi per il mese di “marzo, 2013”

I paradossi della scienza e il misticismo

Si potrebbe dire che la filosofia, dal greco philèin (amare) e sophìa (sapienza), “amore per la sapienza”, a partire dal XVII° secolo divenga amore per la scienza. Infatti, mentre nell’ antica Grecia è la filosofia a portarsi in grembo la scienza, grazie a filosofi “scienziati” come Pitagora, Aristotele, Euclide, finché questa non viene alla luce grazie al metodo sperimentale inaugurato da Galileo, con Cartesio la scienza assume un’importanza straordinaria fino a coincidere con lo stesso concetto di sapienza, tanto da assumere i caratteri della divinità (e viceversa). Alla fine del XIX° secolo questa tendenza si estremizza nella corrente di pensiero positivista, che estende il metodo scientifico anche agli studi umanistici.

Ma ad inizio del novecento con la teoria della relatività speciale (1905) e generale (1916) di Einstein ed il principio di indeterminazione di Heisemberg (1927), la scienza entra in crisi. La teoria della relatività speciale (spiegata con estrema chiarezza da Piergiorgio Odifreddi qua)  prende avvio da un esperimento immaginario di Einstein: se  un uomo è fermo sulla banchina della stazione, mentre un altro uomo si trova sul treno che passa provenendo da un punto A e si dirige verso un punto B a velocità costante ed in quel momento due fulmini colpiscono i due punti, l’uomo fermo sulla banchina percepirà i fulmini come istantanei, mentre il viaggiatore vedrà prima quello scagliato sul punto B di quello sul punto A in quanto la luce del primo fulmine lo raggiungerà prima di quella del secondo (considerando la velocità della luce una costante – misurata in 300.000 Km/sec.) dato che egli si sta dirigendo nella direzione proprio del punto B. Questo significa che il concetto di “istantaneità” non esiste in assoluto, bensì è relativo. Ciò porta ad innumerevoli conseguenze, pensiamo al fatto che l’uomo sulla banchina, se potesse vedere le lancette dell’orologio dell’uomo sul treno, vedrebbe “in ritardo” lo scattare da un minuto all’altro, perché l’immagine della lancetta impiegherebbe sempre più tempo ad arrivare agli occhi dell’uomo fermo, dato che il treno si sta allontanando. Questo è il fenomeno della “dilazione” del tempo, che ha  ispirato il “paradosso dei gemelli”: se un gemello partisse per un viaggio nello spazio ad altissima velocità e tornasse dopo alcuni anni sulla terra, il fratello lo vedrebbe al ritorno più giovane di lui, perché il tempo sarebbe trascorso più lentamente per il gemello in viaggio nello spazio. Il fenomeno incide anche sulla conformazione dello spazio, perchè l’uomo sulla banchina, per gli stessi motivi già detti, percepirebbe ad esempio un regolo di un metro che fosse sul treno in marcia, di una misura inferiore (la velocità rallenta il tempo e riduce lo spazio). Da ciò discende che alla concezione spaziale tridimensionale si deve sostituirne una quadrimensionale dove si aggiunga il tempo,  impossibile per l’uomo da pensare. Ancora più rivoluzionaria la teoria della relatività generale, che porta Einstein ad immaginare lo spazio come ricurvo. Insomma la geometria euclidea viene completamente confutata al di fuori delle normali condizioni  di immobilità o velocità ridotta. Ad inficiare il principio di causalità necessaria della scienza interviene poi il principio di indeterminazione di Heisemberg, secondo cui non si può misurare la posizione esatta di una particella senza interferire sulla sua quantità di moto, rendendone impossibile misurare allo stesso tempo la velocità. viceversa si può misurare la velocità ma in questo caso si perde la posizione esatta della particella. Vale a dire che se si considera la particella un corpuscolo, si perde la sua dimensione di onda elettromagnetica e viceversa (già Einstein aveva dimostrato che la luce può essere studiata sia come fascio di corpuscoli che come insieme di onde, a seconda degli scopi che ci si pone, ma non lo si può fare contemporaneamente con i due metodi).

L’incapacità di penetrare l’ente con esattezza scientifica, ha spinto alcuni scienziati verso la mistica orientale. Ne “Il Tao della fisica” (1975) il fisico Fritjof Capra rintraccia numerose analogie tra risultati scientifici e concezione del mondo delle religioni orientali. Egli dice (cit. pag. 186): “tutti i concetti che usiamo per descrivere la natura sono limitati; non sono aspetti della realtà, come tendiamo a credere, ma creazioni della mente; sono parti della mappa, non del territorio.” Una simile affermazione in realtà è in linea con il pensiero di Immanuel Kant, il quale riteneva che la conoscenza fosse limitata al fenomeno, escludendo quella del noumeno e che fosse resa possibile dai sensi che ci danno la percezione del fenomeno, cioè un imput di dati che poi sono rielaborati dalla ragione per mezzo delle sue categorie (“Critica della ragion pura”, 1781) . In seguito Schopenauer introdusse, per primo nella filosofia occidentale il concetto induista del velo di Maya, che impedisce di vedere oltre, di vedere il mondo nella sua essenza, che per egli era volontà ( “Il mondo come volontà e rappresentazione”, 1818 – 19, secondo volume 1844), mentre per l’induismo è Brahman. Capra dice (cit. ibidem pagg. 219): “lo scopo principale del misticismo orientale è di riuscire a cogliere tutti i fenomeni che avvengono nel mondo come manifestazioni di una stessa realtà ultima. Questa realtà è vista come l’essenza dell’universo, che sta alla base e unifica la moltitudine di cose e di eventi che osserviamo. Gli Indù la chiamano Brahman, i Buddisti Dharmakaya (il corpo dell’essere), o Tathata (essenza assoluta) e i Taoisti Tao; e ciascuno afferma che essa trascende i nostri concetti intellettuali e sfugge a ulteriori descrizioni. E’ peculiare della sua vera natura manifestarsi in innumerevoli forme che nascono e scompaiono, trasformandosi l’una nell’altra in un processo senza fine.” Questo processo dinamico di continua trasformazione è individuato nel karman,  dice Capra (cit. ibidem pag. 221): “Karman significa “azione” e indica l’interrelazione “attiva”, o “dinamica”, di tutti i fenomeni. Per usare le parole della Bhagavad Gita – tutte le azioni si verificano nel tempo per l’intrecciarsi delle forze della natura” (il buddhismo poi ha dato un significato peculiare al karman riferendolo alla interconnesione delle azioni umane). Questa realtà immaginata come “danza cosmica”, dice Capra, si avvicina molto a quanto la fisica moderna è riuscita ad indagare inoltrandosi nel microcosmo ed al pari nel macrocosmo. Tale visione del mondo è ripresa anche de un certo filone di pensiero per così dire “psichedelico”, interpretato dai movimenti “pseudo-sciamanici” degli anni ’60, che ha per manifesto il libro “le porte della percezione” (1954) di Aldous Huxley, in cui l’autore racconta la sua esperienza con la mescalina, asserendo che grazie al suo impiego l’uomo si apre ad una realtà diversa della materia, vista, per tornare al punto, come fluida, dinamica, quindi da esplorare attraverso esperienze “mistiche”.


Dal nichilismo, alla differenza ontologica in Heidegger, fino alla fede filosofica in Jaspers.

Nel “Tramonto dell’occidente” (Feltrinelli, 2005) Umberto Galimberti delinea il percorso della metafisica dalle origini platoniche fino alla presa di coscienza nichilista di Nietzsche, Heidegger e Jaspers. Per Nietsche il nichilismo risiede nella metafisica che si è creata delle verità fittizie, a partire dall’iperuranio di Platone, fino a giungere al dio del cristianesimo, facilmente sostituito dall’esaltazione della razionalità scientifica. Con la morte di dio annunciata dallo stesso Nietzsche, crolla l’impianto metafisico dove si annidava il nichilismo e rimane nuda la volontà di potenza ad attribuire significati al mondo. Ma per Heidegger lo stesso Nietzsche è nichilista in quanto sostenendo la volontà di potenza quale principio vitale, non fa altro che sostituire un’altra verità metafisica alle precedenti, anche se con la sua critica giunge alla fase estrema, smascherando la futilità di ogni principio immutabile.

Per Heidegger il nichilismo sta piuttosto nell’aver dimenticato la differenza ontologica, ovvero nell’aver riconosciuto la verità nell’ente (l’ente è), dimenticando nel nulla l’essere (l’essere non è). In ultima analisi questa operazione è stata svolta dalla volontà di potenza, mirante al dominio dell’ente, sia attraverso l’imposizione di una morale, che attraverso l’imposizione di una realtà scientifica anticipatrice, ossia per mezzo della tecnica. Anche per Jaspers il nichilismo consiste nell’oblio dell’essere, che rimane nascosto “dietro” l’ente, al quale invece si suole attribuire ogni verità. Questo fa la scienza, che, avvalendosi del metodo sperimentale, ricostruisce la vita dell’ente attraverso nessi causali, che permettono la spiegazione degli eventi (ma non la loro comprensione, vedremo perchè) e l’anticipazione di eventi futuri.

Per Heidegger e Jaspers l’uomo, in quanto Esser-ci, è titolare della possibilità di interrogare l’ente per giungere all’essere. In particolare per Jaspers l’ente rappresenta la cifra in cui l’essere “apparendo scompare”, “manifestandosi si ritrae”. Dunque la comprensione si realizza nell’apertura, a partire dalla cifra, verso ciò che egli chiama Umgreifende, cioè il fondo originario dell’essere. Ecco che il metodo necessario per questa operazione filosofica fondamentale non è quello scientifico, bensì quello ermeneutico, che contempla, oltre all’uso della semplice ragione, l’uso della fantasia, per esplorare ciò che l’ente nasconde (essendone allo stesso tempo la cifra). Nell’interpretazione della cifra l’uomo è libero ed è animato dalla fede. Non si tratta di fede religiosa, che al contrario è dogmatica ed impedisce ogni ricerca filosofica, ma di fede filosofica per l’appunto, sempre aperta al dialogo ed al confronto in quanto problematica. 

Il nazismo di Heidegger nella critica di J. Derrida (“De l’esprit, Heidegger et la question”, 1987)

L’adesione di Heidegger al nazismo avviene con il Discorso del rettorato del 1933, quando il professore fa appello alla “missione spirituale” che attiene al “destino del popolo tedesco” e che trova la guida nell’Università tedesca. Derrida sottolinea che in questa occasione H. apre una nuova fase del suo pensiero. Fino ad allora infatti ed in particolare nell’opera maggiore “Essere e tempo”, H. pone come obiettivo dell’analitica esistenziale la decostruzione della metafisica, in altre parole a partire dall’analisi del Dasein, ovvero dell’uomo inteso come Esser-ci, come manifestazione dell’ Essere-nel-mondo, come testimone privilegiato dell’Essere, mira a “distruggere”, come egli stesso dice, ovvero a decostruire la metafisica per sbarazzarsi dei concetti privi d’essenza, tra i quali individua quello di spirito, che infatti riporta sempre tra virgolette nei suoi testi, a significare che il relativo concetto sfugge e non è immediatamente riscontrabile in alcunché di vero. A partire dal Discorso del rettorato del 1933, H., dice Derrida, toglie le virgolette alla parola spirito, rivelando la possibilità di identificare finalmente l’essenza di tale concetto. Questo avviene grazie all’importanza assoluta che giunge a rivestire nel suo pensiero il linguaggio come luogo dell’Essere. L’uomo non parla a seguito del pensiero, ma al contrario pensa a partire dalla parola. L’uomo non utilizza il linguaggio, ma è il linguaggio che dirige l’uomo, offrendogli ogni apertura di senso. Il linguaggio nel suo complesso è luogo dell’ Essere, ma non tutte le lingue lo sono nello stesso grado: quella greca antica e quella tedesca si avvicinano di più, si rivelano agli occhi di H. le più autentiche. In particolare è quest’ultima ad incarnare meglio lo spirito della civiltà occidentale, che H. vede ormai succube del razionalismo, dello scientismo e della tecnologia. Ecco che il popolo tedesco può e deve porsi come guida per operare un’inversione di tendenza nella storia, per recuperarne il senso autentico.

Da qui l’adesione al nazismo, che successivamente H. rimpiangerà, ammettendo di essersi sbagliato. L’errore sarebbe stato quello di non aver dato importanza al lato razzista e biologista del nazismo. Inoltre, anche riguardo alla possibilità che lo spirito possa essere incarnato politicamente, H. non fa più riferimento, orientando invece la sua ricerca attraverso una difficile teologia (senza dio), basata sullo studio linguistico di testi poetici tedeschi, come quelli di Holderlin e soprattutto di Trakl.

Ma la critica di D. è più profonda e si basa sul concetto di différAnce (spiegato magistralmente nelle lezioni di Carlo Sini) che sta alla base della sua filosofia. Infatti l’errore di H. nell’aderire al nazismo è, come abbiamo detto, di natura filosofica e consiste appunto nell’aver creduto di poter abbracciare l’essenza dello spirito occidentale nell’ideologia nazista. Ma l’errore non sta tanto nell’aver puntato sul cavallo sbagliato, quanto piuttosto nel fatto che non è afferrabile l’essenza di alcunché. Mentre H. infatti ritiene che l’essere sia dato nella totalità del linguaggio e si sforza di rintracciarlo poi, come già accennato, attraverso l’esegesi di testi poetici, D. afferma che l’essenza originaria di ogni cosa sfugge ai nostri tentativi di possederla, di modo che siamo destinati a dibatterci tra gli sforzi metafisici per poi conoscere soltanto delle tracce di ciò che è originario. Ciò spiega la differAnce (D. la scrive con la “a”, différance anziché différence, come sarebbe corretto in francese – la pronuncia è la stessa – vedremo tra breve perché), ovvero la differenza che esiste ineffabilmente tra l’origine e la traccia, o tra il concetto e l’espressione del concetto (come direbbe Husserl), o tra il significato e il significante (come direbbe De Saussure). Tale dualismo ed in particolare il “meccanismo” che lo regola, è indicibile e perciò sconosciuto, come è indicibile la “a” di différance, in quanto nessuno potrebbe sospettarla poiché afona nella lingua francese (nessuno può sapere che c’è perché non si sente, ma questa rende possibile la parola verbale nel suo insieme). Quindi, una volta pronunciato, l’essere scompare, ne rimane una traccia che rimanda alla sua origine, ma facendo il percorso a ritroso non si fa altro che trovare altre tracce all’infinito, il dualismo resta incolmabile per sempre.

Il sistema politico migliore dunque per D. rimane la democrazia, in quanto fondamentalmente imperfetta, tendente alla perfezione consapevolmente irraggiungibile.

L’essere non è ma accade

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Nell’ esporre il concetto di pensiero debole Gianni Vattimo (Il pensiero debole, Feltrinelli 1983) adduce “l’ angelo della storia” di Paul Klee, così chiamato da Walter Benjamin che vi intravedeva lo sguardo dell’angelo verso le macerie della storia, mentre la tempesta del progresso lo sospinge verso il futuro. In questo sguardo sta il senso dell’ essere: non fissità immutabile, verità assoluta, ma trasmissione che prende corpo nella pietas dell’angelo verso il passato.

L’ essere è invio dal passato al presente e si proietta nel futuro come accadimento storico. Non esistono pensieri “forti” che lo innalzano sul piano metafisico, ma soltanto pensieri “deboli” scaturenti dal circolo ermeneutico.

Nietzsche e la volontà di potenza.

Al concetto di volontà di potenza sono state date molteplici interpretazioni, tra cui quella più in voga almeno fino a qualche tempo fa, strettamente legata al concetto di superuomo e incentrata sull’ idea di pulsione vitale alla base di ogni comportamento umano. Nella trasfigurazione dei valori apertasi dopo la morte di dio, annunciata da N.,  la volontà di potenza sarebbe dunque, secondo quest’interpretazione, la forza rigeneratrice di nuovi valori costitutivi appunto del superuomo. Ad avvalorare questa linea interpretativa contribuì molto anche l’opera postuma “La volontà di potenza” (1906) che la sorella Elisabeth fece pubblicare mettendo assieme degli appunti che aveva raccolto e che presentò come l’opera conclusiva di N. in cui l’autore dava una sistematicità al proprio pensiero. L’opera fu, come sappiamo, tenuta in alta considerazione in periodo nazista, tanto che, sempre secondo l’interpretazione a cui si fa riferimento, il pensiero nicciano fu considerato fonte d’ispirazione per il nazismo.

Grazie poi agli studi di Martin Heidegger prima e dei valenti filologi italiani Giorgio Colli e Mazzino Montinari poi, i quali peraltro crearono la prima edizione critica delle opere di N. edita in Italia (da Adelphi) e all’estero negli anni sessanta e settanta ed intervennero a segnalare la non completa originalità dell’opera “La volontà di potenza”, il pensiero di N. è stato solcato più in profondità. Importanti studiosi del pensiero nicciano in quel periodo sono anche i filosofi francesi Gilles Deleuze e Michel Foucault. A seguito di questi nuovi studi, si delinea un’interpretazione più profonda che dà nuovi sviluppi al pensiero di N.

Vediamo di cosa si tratta prendendo a spunto l’opera di Salvatore Natoli “Ermeneutica e genealogia” (Feltrinelli, 1988) nel capitolo “Nietzsche e la dialettica del tragico“.  Sulla tragedia ho già scritto in un altro post a cui rimando, qua aggiungo che l’importanza di N. sta nell’ aver sancito la fine dei valori immutabili, che vengono affermati a partire da Socrate per essere poi assunti dalla metafisica di Platone, da cui si sviluppa la storia del pensiero occidentale fino a N. La metafisica in Platone è verità in contrapposizione con la mondità fittizia, questa filosofia ha ispirato il cristianesimo, per cui esiste un dio della verità in cielo ed un mondo dell’approssimazione in terra, ha ispirato Hegel per il quale “il reale è razionale”, passando prima per Cartesio (cogito ergo sum) e gli illuministi, fino a fracassarsi nell’ “eresia” di N.

Il pensiero di N. è rivolto ai presocratici, in particolare, oltre che ai poeti tragici Eschilo e Sofocle, al filosofo Eraclito, che riconosce nel divenire l’essenza della realtà (cit. N.,  “La filosofia nell’epoca tragica dei greci”): ” dalla guerra tra gli opposti sorge ogni divenire: le qualità determinate, che ci appaiono durevoli, esprimono soltanto la prevalenza di uno dei combattenti, ma non per questo la guerra finisce: la lotta continua per l’eternità”. Non esiste un essere in sé, ma questo è rappresentato dalla relazione dialettica (in divenire) delle parti in gioco, quindi è essere in potenza, cioè  volontà di potenza.

La volontà di potenza è dunque il principio che muove la dialettica dei valori, i quali rispecchiano diverse prospettive della realtà, che a sua volta manca di verità assoluta; in questo conflitto ermeneutico nascono e muoiono verità relative. Il filologo può quindi affrontare ogni questione attinente ai valori da un punto di vista genealogico, andando a scoprire la genesi di ciò che si indaga, benché altri lo possano ritenere eterno (come N. ha fatto sulla morale). Su di un piano più alto la volontà di potenza è quel principio poi su cui si impernia “l’ eterno gioco di Zeus”, che consente l’alternarsi della distruzione e della creazione dei significati, nel processo infinito dell’ eterno ritorno, concepito come infinito gioco dove tutto ha fine. Secondo questa interpretazione della volontà di potenza, anche il concetto di superuomo cambia, confluendo in quello di oltreuomo, cioè dell’uomo capace di vivere senza certezze eterne, appropriandosi del proprio destino con la gioia di partecipare al gioco dell’ eterno ritorno.

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