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Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

L’ Italia, la Francia, la Germania e l’ Euro.

Leggendo il quaderno di storia economica della Banca d’Italia n. 17 , che ripercorre la storia economica italiana dal dopoguerra fino all’avvento della crisi finanziaria del 2008,  mi soffermo sull’argomento dell’ingresso dell’Italia nell’Euro, in particolare, a pag. 23: “dal 1999 al 2009 il tasso di cambio reale calcolato sui prezzi di produzione nell’industria manifatturiera si è apprezzato del 7,5 %, rispetto ad un apprezzamento del 5% in Francia e nessun cambiamento in Germania. La perdita di competitività del sistema economico complessivo misurata in termini di unità di costo del lavoro (unit labor costs) è aumentata di 13 punti percentuali, rispetto ad una perdita di 5 punti in Francia ed un guadagno di 13 punti in Germania”, ciò significa che l’Italia aderendo all’ Euro ha subito un apprezzamento della propria valuta del 7,5%, cioè molto alto rispetto ai competitor più importanti e che allo stesso tempo ha perso molto in produttività, venendosi a trovare in una situazione di squilibrio commerciale nei confronti dei partner europei.

La perdita di produttività, sempre secondo il quaderno n. 17, è dovuta al fatto che l’Italia non ha saputo approfittare dell’ avvento delle nuove tecnologie (TIC – tecnologie dell’ informazione e della comunicazione) a causa della struttura medio – piccola delle proprie imprese e della scarsa preparazione della forza lavoro, dovuta a sua volta ad un sistema scolastico inefficiente. In questa situazione l’apprezzamento della moneta costituisce un grave handicap per le nostre merci a favore di quelle straniere ed in particolare tedesche.

L’adesione all’ Euro segna di fatto l’ingresso nell’ area commerciale della Germania in piena subordinazione e gli effetti deflattivi di tale scelta politica sono molto pesanti in questa fase recessiva susseguitasi alla crisi finanziaria del 2008. Si era ventilata l’ipotesi in certi ambienti, in occasione dell’ insediamento di Hollande all’ Eliseo, di un Euro a due velocità, cioè del formarsi di un’ area europea con una valuta più debole a sud, guidata dalla Francia, ed un’ area con valuta forte a nord, capeggiata dalla Germania, ma non pare che la Francia sia interessata a questo, probabilmente il sentimento nazionale di grandeur non lo permette, però sarebbe utile la vittoria della sinistra in queste imminenti elezioni italiane affinché si potesse creare un asse Francia – Italia che bilanciasse lo strapotere tedesco nel dettare le regole di fiscal compact che stanno stritolando i paesi europei più deboli e mettendo a rischio il perseguimento della stessa unità europea.

I concetti di Destra e Sinistra e l’ austerità.

Si sente spesso dire che i concetti di Destra e Sinistra sono superati, facenti parte di un periodo storico in cui dominavano le ideologie, mentre oggi la società sarebbe governata dai tecnicismi del mercato e le ideologie non avrebbero altro effetto che di appesantire e distorcere le dinamiche sociali e politiche. In realtà i principi del tecnicismo, del libero mercato, dell’austerità, fanno essi stessi parte di un’ideologia.

Infatti, se la vecchia contrapposizione Destra – Sinistra, intesa come conservatori – progressisti, non è più giustificabile, dato che tutti si qualificano progressisti accusando di conservatorismo gli avversari, ciò che contraddistingue le due linee di pensiero oggi è  l’interpretazione della crisi economica in atto. Le dottrine economiche mascherano rapporti di potere ed è fondamentale capire quali conseguenze hanno le relative politiche a livello sociale.  In questo senso l’ austerità è una questione di potere sotto mentite spoglie. I principi su cui poggia sono: neutralità del mercato e inopportunità dell’intervento pubblico in economia; il meccanismo di cui si avvale è la deflazione; chi ne trae vantaggio (c’è sempre qualcuno che ci guadagna e qualcuno che ci perde), sicuramente in Europa è la Germania ed in generale lo è chi possiede attività finanziarie.

Il meccanismo della deflazione, è stato sostenuto storicamente dalle oligarchie economiche in quanto comporta peraltro una “sana” riduzione dei salari, che permette l’assorbimento della disoccupazione, nonché la diminuzione dei prezzi dei beni che rende relativamente più forte la moneta e chi la possiede. Facilmente con questo sistema si approfondisce il divario tra ricchi e poveri e non solo, si impoverisce la classe media creando un panorama composto dal popolo che lavora, paga le tasse per ridurre il debito pubblico, consuma poco, ma soprattutto non risparmia niente ed una oligarchia in possesso di ingenti attività finanziarie che incrementano. Ma queste attività finanziarie perché non si traducono in investimenti? Tale problema fu studiato da J. M. Keynes a partire dal “Trattato della moneta” (1930). Egli infatti sosteneva che la deflazione è perniciosa per gli stessi imprenditori che vedono ridursi i margini di guadagno a causa della riduzione dei prezzi delle loro merci, incorrendo così in insolvenze e non essendo inoltre invogliati ad investire in attività produttive, ecco che l’unico modo per far ripartire la domanda sarebbe stato quello di impiegare la spesa pubblica (“Teoria generale dell’interesse, dell’occupazione e della moneta” 1936).

La politica del deficit spending fu utilizzata per uscire dalla recessione provocata dalla crisi del ’29, oggi non è praticabile sicuramente in dosi massicce per i problemi di debito pubblico, ma rappresenta pur sempre un cavallo di battaglia della Sinistra. Inoltre sarebbe auspicabile mettere in moto un processo di moderata inflazione, che svaluterebbe i debiti, darebbe opportunità di profitto agli imprenditori, rimettendo in moto l’economia e si trasmetterebbe poi anche sui salari. Ovviamente per quest’aspetto è necessaria in Europa la collaborazione della Banca Centrale Europea che controlla l’offerta di moneta, difficile da ottenere per via della contrarietà della Germania che, come accennavo prima, è favorevole a politiche deflazionistiche d’ austerità, essendo destinataria dei flussi di moneta per ragioni industriali e finanziarie e volendone mantenere i vantaggi.

Per una valutazione degli effetti economici dell’ austerità in Europa vedi Paul De Grawe.
 

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