enigma

La democrazia moderna

La crisi economica apertasi nel settembre 2008 ha rappresentato un muro contro il quale si è andata fracassando un’epoca vissuta all’insegna del liberismo, del consumismo e della finanza spregiudicata. La democrazia è stata messa a dura prova.

Essa significa “governo del popolo” e nella sua accezione classica roussoviana coincide col concetto di “volontà generale”, che però, come è spiegato nei manuali, se non è regolata da un meccanismo di “check and balances” si rivela essere la “dittatura della maggioranza”. Ma in una società “globale” come la nostra, vale a dire internazionalizzata, con valori di riferimento non più nazionali, ma, appunto, “globali”, non sono più sufficienti le norme costituzionali a fornire la giusta regolamentazione.

Esiste un potere superiore che agisce in maniera subliminale ed è in grado di influenzare l’economia e la politica. Questo blocco di potere politico-economico-finanziario attraverso un’abile e penetrante operazione di marketing, che si sostituisce alla propaganda dei vecchi regimi, è riuscito ad imporre degli standard, per adeguarsi ai quali i cittadini sono stati costretti ad indebitarsi e grazie al debito adesso sono divenuti più controllabili da chi detiene le leve del potere. Eppure dovrebbe essere la gente comune, nella democrazia, a detenere il potere attraverso il diritto di voto. Me essa è culturalmente deviata verso scelte autolesioniste, come “gregge” spinto verso il baratro e sfruttato dai “pastori” di ogni risma. A che serve dunque la democrazia? Essa, come “volontà generale” di Rousseau è pura utopia e nei fatti è un sistema che non rispecchia le sue finalità.

Del resto lo diceva Vilfredo Pareto con la sua “teoria delle élites” ad inizio novecento che la classe politica rappresenta un’élite al comando, anche se è stata votata dai cittadini. Perciò non è una novità. Ma qui non stiamo parlando delle marionette che entrano nelle Camere parlamentari, bensì di una “massoneria internazionale” che non rappresenta la classe borghese in possesso dei mezzi di produzione, come diceva Marx,  bensì la forza psicologica in grado di metterci gli occhi addosso e di giudicarci. Pirandello vedeva sfumare l’identità umana in “uno, nessuno, centomila”, Sartre invece la rimetteva alla libertà dell’uomo che sceglie se stesso, ma che, pirandellianamente, può essere succube delle proiezioni altrui, in sintonia con la dialettica hegeliana padrone-schiavo. E’ su questo punto che in passato il comunismo opponeva la sua faccia fiera e integra, senza cedere ai sensi di colpa imposti dai “padroni”. Esistono ancora degli anticorpi nelle società moderne contro lo strapotere dei pochi?

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