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Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

L’uomo in senso filosofico (da Martin Heidegger “Essere e Tempo” 1927)

 “Perché in generale è l’ente e non piuttosto il niente?”; è da questa domanda orignaria che scaturisce la filosofia. H. non riuscirà a rispondere esaurientemente, ma nella sua indagine sull’ Essere, ne individua intanto l’uomo come testimone, in qualità di Esser-ci, ovvero di essere-nel-mondo, così gettato nella quotidianità. In maniera assai originale, rintraccia la struttura dell’ Esser-ci in un sentimento, andando in contrasto con la tradizione filosofica illuminista, kantiana, del tutto razionale. Tale sentimento è l’angoscia: (cit.): “l’angosciarsi, in quanto situazione emotiva, è una modalità dell’ essere-nel-mondo; il davanti-a-che dell’angoscia è l’essere-nel-mondo in quanto gettato; il per-che dell’angoscia è il poter-essere-nel-mondo. L’intero fenomeno dell’angoscia, manifesta quindi l‘Esser-ci come essere-nel-mondo effettivamente esistente.” Questo esser-per il proprio poter-esser rappresenta la struttura ontologica dell’ Esser-ci, che H. contrassegna con il termine “cura”. La cura in altre parole è il vivere dell’uomo in proiezione “al di là di sé”, “in quanto essere-per il poter-essere che esso stesso è”.

Si affaccia a questo punto il problema dell’ autenticità dell’ Esser-ci (cit.): “L’ Esser-ci è autenticamente sé stesso solo se si progetta primariamente nel suo poter-essere più proprio… L’anticipazione della possibilità incondizionata costringe l’ente anticipante nella possibilità di assumere il suo essere più proprio da sé stesso e a partire da sé stesso. La possibilità più propria e incondizionata è insuperabile. l’esser-per questa possibilità fa comprendere all’ Esser-ci che su esso incombe, come estrema possibilità della sua esistenza, la rinuncia a sé stesso. L’anticipazione non elude però l’insuperabilità come fa l’esser-per-la-morte inautentico, ma, al contrario, si rende libera per essa. L’anticipante farsi libero per la propria morte affranca dalla dispersione  nelle possibilità che si presentano casualmente, di guisa che le possibilità effettive, cioè situate al di qua di quella insuperabile, possono essere comprese e scelte autenticamente.”

Quindi è nell’ angoscia che “l’ Esser-ci si trova di fronte al nulla della possibile impossibilità della propria esistenza”. Nello spaesamento provocato dall’angoscia, si manifesta la chiamata della coscienza (cit.):La coscienza si rivela come la chiamata della cura: il chiamante è l’ Esser-ci che, nell’esser-gettato (esser-già-in…) si angoscia per il suo proprio poter-essere. Il richiamato è questo Esser-ci stesso, chiamato a destarsi al suo più proprio poter-essere (essere-avanti-a-sé)… Il richiamare indietro chiamando-innanzi, proprio della coscienza, fa comprendere all’ Esser-ci che, realizzandosi nella possibilità del proprio essere quale nullo fondamento del proprio nullo progetto, deve tornare indietro a riprendersi dall’essersi-perduto nel Si (nella quotidianità Ndr), cioè fa comprendere all’ Esser-ci che è colpevole.”

In questo processo di recupero del proprio nullo fondamento a partire dalla proiezione  nel proprio avvenire, dal quale scaturisce il presente, sta la temporalità, fenomeno unitario dell’avvenire “essente stato” e “presentante”, essa “si rivela come il senso della cura autentica”, in contrapposizione alla quotidianità, rifugio inautentico dell’uomo, dove il passato si dimentica e l’avvenire si attende, secondo una concezione lineare del tempo. Il tempo invece ha una struttura chiusa e circolare, che parte dal nulla da cui veniamo e là ritorna, e così inteso, come temporalità, rappresenta la struttura autentica dell’ Esser-ci, la natura filosofica dell’uomo.

La democrazia moderna

La crisi economica apertasi nel settembre 2008 ha rappresentato un muro contro il quale si è andata fracassando un’epoca vissuta all’insegna del liberismo, del consumismo e della finanza spregiudicata. La democrazia è stata messa a dura prova.

Essa significa “governo del popolo” e nella sua accezione classica roussoviana coincide col concetto di “volontà generale”, che però, come è spiegato nei manuali, se non è regolata da un meccanismo di “check and balances” si rivela essere la “dittatura della maggioranza”. Ma in una società “globale” come la nostra, vale a dire internazionalizzata, con valori di riferimento non più nazionali, ma, appunto, “globali”, non sono più sufficienti le norme costituzionali a fornire la giusta regolamentazione.

Esiste un potere superiore che agisce in maniera subliminale ed è in grado di influenzare l’economia e la politica. Questo blocco di potere politico-economico-finanziario attraverso un’abile e penetrante operazione di marketing, che si sostituisce alla propaganda dei vecchi regimi, è riuscito ad imporre degli standard, per adeguarsi ai quali i cittadini sono stati costretti ad indebitarsi e grazie al debito adesso sono divenuti più controllabili da chi detiene le leve del potere. Eppure dovrebbe essere la gente comune, nella democrazia, a detenere il potere attraverso il diritto di voto. Me essa è culturalmente deviata verso scelte autolesioniste, come “gregge” spinto verso il baratro e sfruttato dai “pastori” di ogni risma. A che serve dunque la democrazia? Essa, come “volontà generale” di Rousseau è pura utopia e nei fatti è un sistema che non rispecchia le sue finalità.

Del resto lo diceva Vilfredo Pareto con la sua “teoria delle élites” ad inizio novecento che la classe politica rappresenta un’élite al comando, anche se è stata votata dai cittadini. Perciò non è una novità. Ma qui non stiamo parlando delle marionette che entrano nelle Camere parlamentari, bensì di una “massoneria internazionale” che non rappresenta la classe borghese in possesso dei mezzi di produzione, come diceva Marx,  bensì la forza psicologica in grado di metterci gli occhi addosso e di giudicarci. Pirandello vedeva sfumare l’identità umana in “uno, nessuno, centomila”, Sartre invece la rimetteva alla libertà dell’uomo che sceglie se stesso, ma che, pirandellianamente, può essere succube delle proiezioni altrui, in sintonia con la dialettica hegeliana padrone-schiavo. E’ su questo punto che in passato il comunismo opponeva la sua faccia fiera e integra, senza cedere ai sensi di colpa imposti dai “padroni”. Esistono ancora degli anticorpi nelle società moderne contro lo strapotere dei pochi?

La romana cattolica Chiesa nella Leggenda del Grande Inquisitore (da Fedor Dostoevskij “I Fratelli Karamazov” 1878 – 1880)

Nella Leggenda del Grande Inquisitore, D. mette in luce la differenza tra la sua idea di religione e quella che lui riteneva essere della Chiesa romana. In pratica ci descrive, attraverso il racconto della leggenda da parte di uno dei fratelli Karamazov (Ivan per l’appunto), una situazione paradossale in cui la Chiesa cattolica è in contrasto addirittura con Cristo stesso. La leggenda si apre con l’avvento di Cristo nel periodo della Santa Inquisizione spagnola, a Siviglia, quindici secoli dopo la sua prima venuta. Egli viene riconosciuto dalla folla a causa dei miracoli che dispensa ai disgraziati, ma subito viene fatto catturare dal primo cardinale, il Grande Inquisitore, che lo affronta nella cella dove lo ha fatto rinchiudere. Egli gli intima di andarsene poiché loro, gli uomini,  non hanno bisogno di lui, il Cristo rappresenta infatti ai suoi occhi un inganno per l’umanità, dato che essa non è all’altezza di vivere come lui vorrebbe, nel segno della libertà e dell’orgoglio (cit.): “Tu vuoi andare nel mondo,” – così gli dice il Grande Inquisitore, ricordandogli ciò che il demonio gli aveva prospettato nel deserto – “e ci vai con le mani vuote, con non so quale promessa di libertà, che quelli, nella loro semplicità e nella loro ingenita sregolatezza, non possono neppur concepire, e ne hanno timore e spavento – giacché nulla mai fu per l’uomo e per la società umana più insopportabile della libertà! Ma vedi codeste pietre, per questo nudo e rovente deserto? Convertile in pani, e dietro a te l’umanità correrà come un branco di pecore, dignitosa e obbediente, se anche in continua trepidazione che Tu ritragga la mano Tua e vengan sospesi loro i tuoi pani”.

Per D. la fede in Cristo è qualcosa di eroico che salva coloro i quali sono in grado di perseguirla fino in fondo, mentre la Chiesa romana, col cinismo di chi brama il potere, anche se fosse per amore degli uomini stessi, li riunisce servendo loro l’illusione di una vita eterna alla quale essa stessa non crede nemmeno più, essendosi votata al demonio. Questi le ha venduto la garanzia della gloria terrena, in cambio della rinuncia alla fede ed alla felicità che questa comporta  (cit.): “Oh, noi (la chiesa, ndr.) permetteremo loro (agli uomini, ndr.) anche il peccato: sono così fragili e impotenti; e loro ci vorranno bene come bambini, per il fatto che noi permetteremo loro di peccare. Noi diremo loro che ogni peccato sarà rimesso, se compiuto col permesso nostro: e il permesso di peccare noi glielo concederemo perché li amiamo, e il castigo di questi peccati, ebbene, lo assumeremo a carico nostro… Perfino i più torturanti segreti della loro coscienza, tutto, tutto porranno in mano a noi, e noi tutto risolveremo, ed essi si affideranno con gioia alla decisione nostra, perché questa li avrà liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale. E tutti saranno felici, tutti gli esseri a milioni, eccettuate le centinaia di migliaia di quelli che ne avranno il governo. Giacché noi soli, noi che dovremo custodire il segreto, noi e nessun altro saremo infelici. Ci saranno migliaia di milioni di fanciulli felici, e centomila martiri, che avran presa su loro la maledizione della conoscenza del bene e del male. In silenzio essi morranno, in silenzio si estingueranno nel nome Tuo, e oltre tomba non troveranno che la morte.”

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