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Come nasce la morale? Da Nietzsche in “Al di là del bene e del male” (1886) e “Genealogia della morale” (1887)

Se la “volontà di potenza” è il principio vitale più importante, la forza primordiale che, sia biologicamente che psicologicamente, provoca movimento e vita, le “virtù” non sono che una maschera della suddetta volontà di potenza, a giustificazione quindi di comportamenti egoistici di dominio sugli altri. Infatti coesistono “gerarchie di valori”, quindi “morali” diverse, a seconda di chi le professa. Esse sostanzialmente si formano in maniera “utilitaristica” per il gruppo sociale che le crea.

Le due morali più importanti che si sono formate storicamente sono “la morale dei padroni” e “la morale degli schiavi”. La prima nasce nelle comunità aristocratiche (come la polis greca) dove i valori di forza che consentono alla comunità di non essere eliminata sono esaltati come virtù, mentre viene disprezzato tutto ciò che se ne allontana. Ne discendono i concetti di “bene” e di “male”; il bene è tutto ciò che è “nobile”, cioè (cito): “determinati istinti forti e pericolosi quali lo spirito d’iniziativa, l’audacia, il desiderio di vendetta, la scaltrezza, l’avidità, la smania di potere”, il male è tutto ciò che è “spregevole”, cioè (cito): “si disprezza il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa all’angusta utilità; altrettanto il diffidente, con il suo sguardo non franco, colui che si umilia da sé, la specie degli esseri – umani – cane che si lascia maltrattare, l’adulatore mendico, soprattutto il bugiardo: fede basilare di tutti gli aristocratici è che il popolo vile mente.”

La “morale degli schiavi” è il rovesciamento della scala dei valori appena descritta. Questa operazione, secondo N., è condotta magistralmente dal popolo ebraico, che attraverso la religione cristiana riesce ad affermare suddetta morale (cito): “…ecco che vengono esaltati la compassione, la mano compiacente e disposta ad aiutare, il cuore caldo, la pazienza, la laboriosità, l’umiltà, la cordialità; giacché in questo caso sono le caratteristiche più utili e quasi l’unico rimedio per sopportare l’oppressione dell’esistenza”. Attraverso la “morale degli schiavi” il popolo ebraico ha preso la sua rivincita nei confronti dei Romani, riuscendo a diffondere il cristianesimo nell’Impero.

Ne consegue una trasmutazione dei valori operata dal popolo ebraico a danno di quello romano. In particolare il concetto di “buono” da sinonimo di “forte” viene spostato a sinonimo di “umile” e conseguentemente il suo opposto “cattivo” si trasforma in “malvagio”, poiché i “deboli”, alla cui difesa si ergono gli Ebrei, essi stessi popolo debole militarmente, sono animati da spirito venefico nei confronti dei più forti, che da quel momento in poi divengono i “malvagi”.

L’ulteriore passaggio che rende il “ressentiment” parte fondante della morale è il suo innestarsi nella “cattiva coscienza”. Questa si forma in opposizione alla “coscienza”, propria dell’uomo “forte” che sa di poter contare su sé stesso con una volontà inderogabile che lo rende sicuro di saper far fede alle sue promesse. La “cattiva coscienza” nasce invece in colui che è incapace di far fronte ai propri debiti per cui, come ammonimento verso sé stesso, dà in pegno al creditore il diritto ad essere maltrattato.

Quindi, essendo i deboli incapaci di far fronte ai propri debiti nei confronti dei più forti, originariamente i dominatori che hanno dato vita allo Stato con un atto di forza sottomettendo le genti incapaci di difendersi, hanno pian piano, nell’arco delle generazioni, proiettato la loro “cattiva coscienza”, dal rapporto iniziale con i dominatori, al rapporto con gli antenati ed infine con Dio, dando vita al “senso di colpa”, che avvelena l’anima umana perfezionandosi nel concetto cristiano di “peccato”.

Questa moralizzazione della colpa, che abbiamo visto essere profondamente legata al concetto di “debito”, è poi opera del “prete asceta”, colui che sa imbrigliare la “volontà di potenza” del “gregge” indirizzandola verso la tortura di sé stessi, alla ricerca del dolore, di più dolore, ma  giustificato dalla colpa e dal peccato. Così facendo il “prete asceta” solleva l’uomo da quanto lo tormentava, ovvero dall’assurdità del dolore, ma allo stesso tempo lo rende più malato e nevrotico e, dirigendo la sua volontà verso il nulla, apre le porte al “nichilismo” europeo, che è ciò che rimane di questo processo bimillenario, una volta che l’uomo rinuncia alla menzogna di Dio con l’ateismo.

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Un pensiero su “Come nasce la morale? Da Nietzsche in “Al di là del bene e del male” (1886) e “Genealogia della morale” (1887)

  1. fusibile in ha detto:

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