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Archivi per il mese di “dicembre, 2012”

Che cos’è la follia? Da Michel Foucault in “Histoire de la folie à l’age classique” (1961)

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“L’idiot qui crie et tord son épaule pour échapper au néant qui l’emprisonne, est-ce la naissance du premier homme et son premier mouvement vers la liberté, ou le dernier soubresaut du dernier mourant?” (M. Foucault)

Così commenta F. sullo schizzo del Goya raffigurante “L’idiota”: “L’idiota che grida e torce la spalla per sfuggire al niente che lo imprigiona, rappresenta la nascita del primo uomo ed il suo primo movimento verso la libertà, o l’ultimo soprassalto dell’ultimo essere morente?”

E continua: “cette folie qui noue e partage le temps, qui courbe le monde dans la boucle d’une nuit, cette folie si étrangère à l’experience qui lui est contemporaine, ne trasmet-elle pas, pour ceux qui sont capables de l’accueillir – Nietzsche et Artaud – ces paroles, à peines audibles, de la déraison classique où il était question du néant et de la nuit, mais en les amplifiant jusqu’ au cri et à la fureur?”

“Questa follia che lega e separa il tempo, che curva il mondo nel cerchio di una notte, questa follia così aliena all’esperienza che le è contemporanea, non trasmette forse, per quelli che sono capaci d’accoglierle – Nietzsche e Artaud – quelle parole, che si sentono a pena, dell’irrazionalità classica sul niente e la notte, ma amplificandole fino al grido ed al furore?”

E’ infatti in’ “epoca classica” (il XVII°-XVIII° sec. francese) che la follia si identifica con l’irrazionalità, perdendo quell’aura di magia che aveva avuto nel periodo medioevale e  cinquecentesco, come manifestazione della morte agli occhi dei vivi, per cui i matti venivano allontanati dalle città, spesso imbarcati sulle navi (“stultifera navis”), affinché vivessero in un limbo, ma presenti alla coscienza umana come monito dell’ aldilà (cit.): “L’anéantissement de la mort n’est plus rien puisqu’il ètait déjà tout, puisque la vie n’était elle-meme que fatuité, paroles vaines, fracas de grelots et de marottes. La tete est déjà vide, qui deviendra crane. La folie, c’est le déjà là de la mort.” (trad.): “l’annientamento della morte non è più niente perché è già tutto, perché la vita non è che fatuità, parole vane, fracasso di campanelli e marionette. La testa è già vuota, che diventerà cranio. la follia è il già qui della morte.”

Ma con l’avvento della filosofia di René Descartes, del “cogito ergo sum”, dell’ identificazione dell’essere con la razionalità, tutto ciò che non è razionale, è considerato frutto di un errore e relegato nel nulla. La follia è accomunata a fenomeni come l’accattonaggio e la delinquenza, a vizi come la prodigalità, la deboscia, il libertinaggio, nel mondo dell’irrazionalità. E’ il periodo del “grand renfermement”, quando si creano gli “ospedali” (nel 1656 è fondato a Parigi l’ Hopital Général), che racchiudono migliaia di miserabili, utilizzati alla bisogna come manodopera a basso costo.

E’ alla fine del XVIII° sec. , in coincidenza della Rivoluzione Francese, che si realizza, ad opera di William Tuke in Inghilterra e di Philippe Pinel in Francia, la “liberazione dei folli”, cioè la trasformazione dei manicomi da come erano intesi a partire dal “grand renfermement” (più o meno simili a carceri), ad ambienti dove i malati mentali, individuati finalmente come tali e separati dagli altri elementi,  sono lasciati liberi di muoversi e di manifestare la loro follia in modo che questa possa essere osservata e successivamente curata.

In realtà la “liberazione” della follia è piuttosto un’ “oggettivazione” operata dalla nuova corrente di pensiero positivista per poter istituire su questa base la scienza psichiatrica e la cura consiste spesso e volentieri nell’imposizione al malato di una rigida morale che lo riconduca a comportamenti “normali”. Il medico diviene la figura fondamentale nel costringere entro certi canoni (morali) il folle, così portandolo alla “guarigione”.

Questo potere taumaturgico del medico resterà insito nella sua figura a dispetto del suo sapere scientifico fino ai nostri giorni. E’ il medico infatti che individua di volta in volta il tipo di alienazione del folle, in relazione alla tipologia di normalità che lui ha in mente. Questa dialettica sanità – follia, mediata dal medico, è ciò che caratterizza la psicologia, anche e soprattutto nel suo ramo psicoanalitico, laddove il medico assume un ruolo abnorme rispetto all’identità del paziente. Possiamo dire che la psicologia moderna definisce la realtà umana in relazione alla follia e viceversa. I due aspetti si intrecciano e la loro definizione è appannaggio del medico, il quale giudica, in nome della scienza.

Nell’opera di alcuni autori invece, come il de Sade e Goya prima, Holderlin, Nerval, Artaud, Nietzsche, Van Gogh, poi, la follia segna i confini entro i quali “è” l’opera di questi autori ed entro i quali l’essere umano si dibatte, come nel caso dell’Idiota di Goya.

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Come nasce il capitalismo? da David Graeber in “Debt. The first 5000 years” (2012)

Bisogna innanzi tutto distinguere tra “capitalismo” ed “economia di mercato”. Il sistema di “economia di mercato” è quello idealizzato da Adam Smith nell’ opera “The Wealth of Nations” (1776), dove gli operatori economici vendono ed acquistano merci in base alla legge della “domanda” e dell’ “offerta” in completa libertà e parità di condizioni, senza condizionamenti da parte di soggetti in grado di imporsi e di soggiogare la “mano invisibile” del mercato. Secondo G. troviamo un esempio di questo sistema nella storia medioevale del mondo islamico. Se infatti il Medioevo è per l’Europa da ricordare come l’epoca dei “secoli bui”, nell’area mediorientale si ha una fioritura dei commerci ad opera di grandi mercanti. In questa situazione lo Stato è tenuto ai margini della vita economica, quindi i mercanti effettivamente sono liberi di operare in un’ “economia di mercato” dove ha successo chi ha più capacità commerciale. L’assenza dello Stato è evidente anche in ambito finanziario, infatti le operazioni commerciali vengono finanziate attraverso “promesse di pagamento” basate sulla personale credibilità dei mercanti. Inoltre, cosa più importante, non si conteggiano gli interessi sul capitale imprestato, se non nella misura strettamente attinente al rischio d’impresa. Vale a dire che non esisteva il concetto che il denaro di per sé produce dei frutti, se non in quanto impiegato in attività produttive con ritorno economico.

E’ appunto questo aspetto che rileva nel passaggio dall'”economia di mercato” all’ “economia capitalista”, ovvero il fatto che, nella seconda, a differenza della prima, il capitale viene adoperato precipuamente come fonte di interessi. I primi, secondo G., ad impiegare il denaro in questa direzione sono i monasteri buddisti in Cina, che già in epoca medioevale prestavano capitali ad interesse, accrescendo così smisuratamente le loro ricchezze in contraddizione con la vita frugale praticata dai monaci.

Ma l’origine del “capitalismo” si può far risalire al XVI° sec. in Italia, dove prosperarono prima le “corporazioni” e poi le banche. Questi soggetti, che possiamo indicare con il termine di “persone giuridiche”, non coincidono più, appunto, con persone fisiche e pertanto non sono più inquadrate entro i canoni morali che queste rispettano (anche grazie al condizionamento della religione). E’ proprio in questo periodo infatti che Machiavelli delinea il concetto di “ragion di stato” per indicare un’etica superiore, non identificabile con la morale personale, ma che la scavalca in ordine di importanza ed è fondata sul principio che “il fine giustifica il mezzo”. Questa si applica ai capi di governo secondo Machiavelli, ma allo stesso modo entra in gioco quando si tratta di agire “in nome e per conto” di “persone giuridiche”.

Sono infatti le banche italiane a finanziare l’invasione coloniale nelle Americhe. G. addirittura introduce un interessante elemento a giustificazione della ferocia con cui quelle campagne di conquista furono condotte, facendo riferimento in particolare alle vicende di Hernan Cortés, e cioè che l’uomo si era talmente indebitato per poter condurre tali spedizioni, che tutto l’oro che riusciva a procurarsi, a prezzo di delitti efferati contro le popolazioni indigene, lo doveva impiegare per ripagare i debiti, sempre più avviluppato in una spirale che lo costringeva ad addentrarsi in nuove conquiste.

Nascono in seguito le “Compagnie delle Indie” in Olanda ed in Inghilterra, quella inglese in particolare governerà la colonia britannica dell’India fino all’avvento di Gandhi. Questi soggetti, banche e compagnie commerciali, a seguito della scoperta delle numerose miniere d’oro, di cui avevano riempito le casse, fecero sì che i metalli preziosi venissero impiegati come unici mezzi di pagamento, con la complicità degli Stati, che dipendevano da loro in quanto anch’essi indebitati per poter condurre le campagne militari. E’ così che nasce la prima Banca Centrale, la Bank of England, nel 1691, quando il re Guglielmo d’Orange chiede ed ottiene un ingente prestito da facoltosi mercanti inglesi per poter portare avanti la guerra contro la Francia ed i mercanti in cambio hanno il permesso di emettere “promesse di pagamento” garantite dal credito verso il sovrano, ovvero i primi esempi di banconote in Occidente.

Nascono così i moderni sistemi monetari, dove le banconote in circolazione sono garantite dall’oro del Sovrano prima e dalla credibilità o meglio dalla “solvibilità” dello Stato in un secondo momento. Ma la solvibilità si fonda a sua volta sulla capacità dello Stato di pagare il dovuto comprensivo degli interessi, è questa componente dell’interesse che, ingrassando il capitale (e chi lo detiene!), provoca una continua lievitazione dei valori e di conseguenza rende necessario “stimolare la crescita” (come sentiamo dire quotidianamente), ovvero accrescere la potenza economica in continuazione, cosa che può essere fatta soltanto con il dominio di nuovi mercati, nell’agone della lotta politico-economica. Ecco perché il capitalismo è un sistema destinato ad incrementare sempre per rinnovare la continua scommessa di successo, sull’orlo di un’apocalisse incombente.

Come nascono il mercato e la moneta? Da Adam Smith a Friedrich Nietzsche, ai più recenti studi antropologici, nell’opera di David Graeber “Debt, the first 5000 years” (2012)

Nella dottrina classica, che risale all’opera di Adam Smith, lo studioso inglese che con l’opera “The wealth of nations” (1776) è considerato il fondatore della scienza economica, il mercato nasce come libero scambio di beni tra i vari operatori, acquirenti e venditori, nella forma originaria del baratto, per cui si scambiano beni per reciproca convenienza. La moneta, secondo questa dottrina, riportata correntemente nei libri di testo, nasce come strumento per facilitare questo processo.

Tale sistema presuppone una sostanziale parità nelle posizioni degli operatori, che secondo un’analisi storica, non corrisponde sempre a verità, in quanto la società è normalmente organizzata secondo schemi più o meno piramidali. Fanno eccezione le società comuniste, che sono esistite e che raramente si possono trovare anche oggi nelle comunità più tribali, come quella degli Inuit. Graeber cita un aneddoto dal “Libro degli Eschimesi” dell’antropologo danese Peter Freuchen (1886 – 1957), il quale aveva vissuto presso gli Inuit e racconta che un giorno, avendo partecipato ad una battuta di caccia andata male, affamato, aveva chiesto del cibo ad un altro cacciatore che invece era riuscito nella caccia, ringraziandolo per l’aiuto che gli dava. Questi rispose sdegnato (cit.): “nella nostra terra ci consideriamo tutti degli uomini! E dal momento che siamo uomini ci aiutiamo gli uni con gli altri. Non amiamo sentire nessuno che dice “grazie” per questo. Quello che io ottengo oggi, tu potrai ottenerlo domani. Noi diciamo che con i regali si fanno gli schiavi e con le frustate si fanno i cani!”

Dunque ci sono delle comunità organizzate in maniera del tutto paritaria, ma guarda caso, in queste comunità non usa il baratto e neppure la moneta come la intendiamo noi. Infatti, dice Graeber, rifacendosi in gran parte agli studi dell’antropologo francese Philippe Rospabé, le comunità primitive, come per esempio le tribù degli indiani d’America, non utilizzavano il baratto per l’approvvigionamento dei beni di necessità nell’ambito della tribù, perché ognuno poteva prendere dagli altri ciò di cui aveva bisogno senza che per questo nascesse un debito. infatti durante l’arco della vita chi si serviva di cose altrui avrebbe senz’altro avuto occasione di dare a sua volta qualcosa agli altri. Il baratto veniva semmai impiegato negli incontri occasionali tra le varie tribù. La moneta aveva quindi tutt’altra funzione rispetto ai soldi che maneggiamo. Pensiamo ad esempio ai wampum irochesi, (cit. Rospabé): “la moneta primitiva originalmente non era in nessun caso un mezzo per pagare i debiti. Rappresentava un modo per riconoscere l’esistenza di debiti che non potevano essere pagati in nessun modo”. Si tratta del debito della vita “la dette de vie” come lo chiama Rospabé. Si pensi al caso di un uomo che sposandosi porta via alla famiglia originaria la figlia/sorella/nipote; oppure al caso di un omicidio, debiti della vita per l’appunto, che non potranno mai essere risarciti perché ogni persona è unica nel suo genere. La moneta in questi casi simboleggia l’esistenza del debito e tuttalpiù ne ripaga l’interesse che ne scaturisce.

Se la moneta impiegata nell’uso corrente, non nasce quindi nelle primitive  società comuniste, allora quando, dove e come?

Si può far coincidere la nascita del mercato e della moneta con la nascita dello Stato. Se per i giusnaturalisti inglesi come John Locke (1632 – 1704) l’uomo allo stato di natura si accorda in maniera paritaria per la costituzione dello Stato e la statuizione di norme che rispecchiano il diritto di natura, allo stesso modo per Adam Smith pone in essere comportamenti economici del tutto naturali che pertanto rientrano in un equilibrio generale garantito dalla “mano invisibile” del mercato; per altri pensatori, come Thomas Hobbes (1588 – 1679) l’uomo allo stato di natura è “homo homini lupus” pertanto deve cedere tutto il potere allo Stato, il “leviatano”, mostro capace di soggiogare l’intera popolazione e piegarla al suo volere, allo scopo di garantire la pace. Per Nietzsche (Genealogia della morale, 1877), in una visione più realistica, lo Stato è formato da una classe di dominatori che dettano le regole del gioco nei confronti dei sudditi (contrapposizione che ricorda vagamente quella marxista tra classe borghese e classe operaia). A questo rapporto di forza attiene anche la costituzione del debito come forma di schiavitù (cit.): “Per infondere fiducia nella sua promessa di restituzione, per dare una garanzia della serietà e santità della sua promessa , per imporre, in sé stesso, alla propria coscienza la restituzione come dovere e obbligazione, il debitore dà in pegno, in forza del contratto, al creditore, per il caso che non paghi, qualcosa d’altro che ancora “possiede”, su cui ha ancora potere, per esempio il proprio corpo o la propria donna o anche la propria vita…”.

Il mercato quindi, secondo Graeber, non nasce grazie alla “mano invisibile”, ma semmai alla “mano pesante” dello Stato. Fin dal periodo sumero, lo Stato, attraverso l’imposizione fiscale, impone di fatto la nascita di un mercato dal quale possano affluire i proventi della tassazione. la moneta, invece, anziché nascere dal baratto, prende forma da quelle “promesse di pagamento” che erano le tavolette sumere di contabilità, che gli scriba redigevano fin da 5000 anni fà, nell’ambito dell’amministrazione del tempio, registrando i debiti di coloro che principalmente dovevano pagare tasse allo Stato.

Il potere statale, nelle civiltà greca e romana, si militarizza diventando una vera e propria macchina da guerra, finalizzata precipuamente alla cattura degli schiavi che dovevano fornire la forza lavoro. Per poter mantenere gli eserciti gli Stati coniarono le monete con oro o altri metalli preziosi (di cui i primi esemplari si hanno in Lidia nel VII sec. A.C., ai tempi dei primi filosofi Talete, Anassimene ed Anassimandro) per pagare i soldati, che per converso spinsero verso la creazione dei mercati grazie al loro potere d’acquisto ed alla domanda di beni che esprimevano. La moneta coniata poi veniva recuperata per mezzo delle imposte ed essendo appunto richiesta come unico mezzo di pagamento di queste, automaticamente veniva imposta sul mercato come mezzo di pagamento ufficiale. Graeber chiama questo sistema “military – coinage – slavery complex”. Poi in epoca medioevale l’impiego della moneta coniata si riduce a causa dell’indebolimento degli Stati, eccezion fatta per la Cina, dove l’impero si tramanda fino all’epoca moderna attraverso varie dinastie. La Cina sarà la prima a sperimentare la cartamoneta stampata dallo Stato a partire dall’ IX sec.

Come nasce la morale? Da Nietzsche in “Al di là del bene e del male” (1886) e “Genealogia della morale” (1887)

Se la “volontà di potenza” è il principio vitale più importante, la forza primordiale che, sia biologicamente che psicologicamente, provoca movimento e vita, le “virtù” non sono che una maschera della suddetta volontà di potenza, a giustificazione quindi di comportamenti egoistici di dominio sugli altri. Infatti coesistono “gerarchie di valori”, quindi “morali” diverse, a seconda di chi le professa. Esse sostanzialmente si formano in maniera “utilitaristica” per il gruppo sociale che le crea.

Le due morali più importanti che si sono formate storicamente sono “la morale dei padroni” e “la morale degli schiavi”. La prima nasce nelle comunità aristocratiche (come la polis greca) dove i valori di forza che consentono alla comunità di non essere eliminata sono esaltati come virtù, mentre viene disprezzato tutto ciò che se ne allontana. Ne discendono i concetti di “bene” e di “male”; il bene è tutto ciò che è “nobile”, cioè (cito): “determinati istinti forti e pericolosi quali lo spirito d’iniziativa, l’audacia, il desiderio di vendetta, la scaltrezza, l’avidità, la smania di potere”, il male è tutto ciò che è “spregevole”, cioè (cito): “si disprezza il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa all’angusta utilità; altrettanto il diffidente, con il suo sguardo non franco, colui che si umilia da sé, la specie degli esseri – umani – cane che si lascia maltrattare, l’adulatore mendico, soprattutto il bugiardo: fede basilare di tutti gli aristocratici è che il popolo vile mente.”

La “morale degli schiavi” è il rovesciamento della scala dei valori appena descritta. Questa operazione, secondo N., è condotta magistralmente dal popolo ebraico, che attraverso la religione cristiana riesce ad affermare suddetta morale (cito): “…ecco che vengono esaltati la compassione, la mano compiacente e disposta ad aiutare, il cuore caldo, la pazienza, la laboriosità, l’umiltà, la cordialità; giacché in questo caso sono le caratteristiche più utili e quasi l’unico rimedio per sopportare l’oppressione dell’esistenza”. Attraverso la “morale degli schiavi” il popolo ebraico ha preso la sua rivincita nei confronti dei Romani, riuscendo a diffondere il cristianesimo nell’Impero.

Ne consegue una trasmutazione dei valori operata dal popolo ebraico a danno di quello romano. In particolare il concetto di “buono” da sinonimo di “forte” viene spostato a sinonimo di “umile” e conseguentemente il suo opposto “cattivo” si trasforma in “malvagio”, poiché i “deboli”, alla cui difesa si ergono gli Ebrei, essi stessi popolo debole militarmente, sono animati da spirito venefico nei confronti dei più forti, che da quel momento in poi divengono i “malvagi”.

L’ulteriore passaggio che rende il “ressentiment” parte fondante della morale è il suo innestarsi nella “cattiva coscienza”. Questa si forma in opposizione alla “coscienza”, propria dell’uomo “forte” che sa di poter contare su sé stesso con una volontà inderogabile che lo rende sicuro di saper far fede alle sue promesse. La “cattiva coscienza” nasce invece in colui che è incapace di far fronte ai propri debiti per cui, come ammonimento verso sé stesso, dà in pegno al creditore il diritto ad essere maltrattato.

Quindi, essendo i deboli incapaci di far fronte ai propri debiti nei confronti dei più forti, originariamente i dominatori che hanno dato vita allo Stato con un atto di forza sottomettendo le genti incapaci di difendersi, hanno pian piano, nell’arco delle generazioni, proiettato la loro “cattiva coscienza”, dal rapporto iniziale con i dominatori, al rapporto con gli antenati ed infine con Dio, dando vita al “senso di colpa”, che avvelena l’anima umana perfezionandosi nel concetto cristiano di “peccato”.

Questa moralizzazione della colpa, che abbiamo visto essere profondamente legata al concetto di “debito”, è poi opera del “prete asceta”, colui che sa imbrigliare la “volontà di potenza” del “gregge” indirizzandola verso la tortura di sé stessi, alla ricerca del dolore, di più dolore, ma  giustificato dalla colpa e dal peccato. Così facendo il “prete asceta” solleva l’uomo da quanto lo tormentava, ovvero dall’assurdità del dolore, ma allo stesso tempo lo rende più malato e nevrotico e, dirigendo la sua volontà verso il nulla, apre le porte al “nichilismo” europeo, che è ciò che rimane di questo processo bimillenario, una volta che l’uomo rinuncia alla menzogna di Dio con l’ateismo.

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